RIFLESSIONI SUL PROBLEMA DELLA FELICITÀ 

Adottando il criterio dell’evidenza, che si contrappone sempre a quello derivante dalla sovrastruttura ideologica, a mio avviso risulta sufficientemente chiaro che tutte le culture umane hanno elaborato una risposta al problema primario della sofferenza.
Intendo dire che la definizione del concetto di felicità è un prodotto culturale molto posteriore rispetto a quello che evidentemente è stato e rimane tuttora il problema primario, e cioè la sofferenza, appunto.
Quindi penso che l’elaborazione concettuale della felicità, in senso concreto e non astratto, sia dovuta passare per forza attraverso la concettualizzazione preliminare della sofferenza.
La sofferenza è un fenomeno universale.
Ogni essere umano l’ha sperimentata, anzi direi ogni essere vivente, almeno nei limiti del Regno Animale.
Io non so e non posso sapere come, dove e da chi sia stato, per così dire, “inventato” il concetto di felicità.
Ma sono convinto che la prima profonda, concreta, geniale e universalmente valida “soluzione” data al problema della sofferenza è stata quella di Siddharta Gautama nel famoso “discorso di Benares”. Nella sintesi di Siddharta, più noto come “Buddha” (=l’illuminato o lo svegliato a seconda delle traduzioni), è a mio avviso logicamente implicita anche la definizione di felicità per le ragioni che ho prima spiegato.
Emerge chiaramente, nella concezione buddhista originaria, lo strettissimo legame che unisce la felicità all’eliminazione della sofferenza. Solo così
 è possibile affrontare in modo concreto e profondo il problema della felicità.
I grandi maestri delle scuole filosofiche ellenistiche, Epicuro, Pirrone, Zenone di Cizio ed Epitteto, hanno infatti legato strettamente il problema della felicità a quello della sofferenza. Sia pure con alcune evidenti e importanti diversità,  tutte queste scuole filosofiche affermano che la radice primaria della felicità consiste nell’eliminazione del dolore.

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