LA SACRA BIBBIA

La parola ‘Bibbia’ deriva dal greco ‘biblìa’ che vuol dire semplicemente ‘libri’.
Ciò significa che nella cultura cristiana tardo-antica e medioevale la Bibbia era il libro per antonomasia, il libro dei libri, il libro in senso assoluto.
Dal punto di vista etimologico è una parola plurale (neutro plurale, per la precisione) divenuta femminile singolare nel Medioevo.
Quindi si è trattato di una trasformazione che, pur non intaccando nella sostanza il valore semantico originario, manifesta una precisa concezione filosofico-teologica: l’idea che la Sacra Scrittura è un testo unitario. Gran parte del lavoro teologico medioevale è consistito proprio nel dare alla Bibbia la massima unità possibile, soprattutto attraverso l’esegesi ‘tipologica’.
Tuttavia, rimane il fatto che la Bibbia non è e non può essere considerata come un testo unitario. La Bibbia è, come anche fa capire l’etimologia della parola, una raccolta di libri, scritti da autori diversi in tempi diversi.
Questa varietà notevole comporta tutta una serie di problemi per coloro i quali intendono studiare seriamente le Sacre Scritture. Tali problemi richiedono complesse analisi filologiche, storiche, sociologiche, archeologiche e storico-religiose. Su queste discipline si fonda la moderna critica biblica, una scienza nata nel Rinascimento.
Visto che si tratta di una raccolta di libri scritti in un periodo di tempo molto lungo, dobbiamo innanzitutto chiederci: quanti sono i libri della Bibbia?
A questa domanda non è facile dare una risposta. I libri del Nuovo Testamento sono univocamente 27, ma per l’Antico la faccenda si complica.
Notiamo subito che la Bibbia cattolica è formata complessivamente da 73 libri. Nella Bibbia protestante, invece, i libri sono 66.
7 libri in meno non sono una cosa di poco conto. Anche la Bibbia dei Testimoni di Geova è composta da 66 libri.
Da che cosa dipende questa differenza?
I Protestanti hanno eliminato, dall’Antico Testamento, quei libri che non sono riconosciuti dal ‘canone’ ebraico.
Dobbiamo fare un grosso passo indietro nel tempo.
Nel terzo secolo a. C., ad Alessandria d’Egitto, un gruppo di dotti Ebrei, 6 per ciascuna delle 12 tribù d’Israele, iniziano la traduzione delle Sacre Scritture dall’ebraico al greco. La traduzione dei ‘Settanta’ (per la precisione 72) diventa un testo di riferimento fondamentale per gli Ebrei. Il greco è la lingua franca del Mediterraneo orientale e gli Ebrei, diffusi un po’ dappertutto, usano la traduzione in greco per la semplice ragione che vivono in un mondo dominato dalla cultura greca. Una piccola parte dei testi di quello che i Cristiani chiamano Antico Testamento vengono addirittura scritti in greco e ovviamente sono quelli più influenzati dalla tradizione filosofica e culturale ellenistica.
Quando nasce il Cristianesimo, la cultura dominante è quella greca e difatti il Nuovo Testamento viene scritto in greco. I suoi Autori, in chiara continuità con la tradizione ebraica, usano e citano come testo di riferimento la traduzione dei Settanta. Si veda a questo proposito il testo sul greco biblico:
Nella prima fase, la comunità cristiana non si stacca da quella ebraica, ma dopo la distruzione del Secondo Tempio (70 d. C.) la situazione cambia. Tra le due comunità la separazione diventa sempre più netta.
A questo punto, i Maestri ebrei della dottrina prendono una decisione drastica: eliminano dal canone tutti quei libri che non sono stati scritti in ebraico, la lingua sacra per eccellenza:
Tobia
Giuditta
I Maccabei
II Maccabei
Sapienza di Salomone
Siracide (o Ecclesiastico o Sapienza di Siracide)
Baruc.
Nel XVI secolo, i Protestanti decidono di seguire il canone ebraico. Invece il Concilio di Trento conferma il cosiddetto ‘canone alessandrino’, che riconosce anche i 7 libri sopra citati.

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