IL ‘NOMOS’ E L’IMMIGRAZIONE-prima parte

Dobbiamo renderci conto che il grandioso, epocale fenomeno dell’immigrazione sta facendo traballare tutta una serie di convinzioni ideologiche che per molto tempo hanno costituito una specie di sfondo comune della cultura politica dominante europea (ed europeista).
Partiamo dalla cultura greca antica, anche perché lì sta la radice della civiltà occidentale.
In greco ‘nomos’ ha il significato fondamentale di ‘legge’ e come tale spesso si contrappone alla ‘physis’ intesa come ‘natura’, come nel caso di Antigone che per legge naturale infrange il divieto di Creonte e seppellisce il fratello Polinice.
Tuttavia, nomos ha anche il significato di ‘costume’ inteso come comportamento socialmente codificato. In tal senso si capisce bene che la contrapposizione fra norma positiva e norma naturale s’indebolisce perché, come diceva Aristotele, l’abitudine è una specie di seconda natura.
 Leggiamo Wikipedia:
Un chiaro modo di concepire il nomos è ben descritto da Erodoto:
« Se uno proponesse a tutti gli uomini di scegliere, tra tutti i costumi esistenti, i migliori, ciascuno, dopo averci ben pensato, sceglierebbe i propri: a tal punto ciascuno ritiene di gran lunga migliori propri. Perciò solo un pazzo può mettere in ridicolo queste cose. Che questo sia l’atteggiamento di tutti gli uomini per quanto riguarda i costumi lo si può congetturare da molti indizi: in particolare da questo che ora dirò. Dario al tempo del suo regno mandò a chiamare greci che erano alla sua corte e chiese loro a che prezzo avrebbero accettato di mangiare i loro avi defunti: e quelli risposero che non lo avrebbero fatto a nessun prezzo. Dopodiché Dario chiamò alcuni indiani appartenenti alla popolazione dei Callatii, che hanno l’abitudine di mangiare I genitori defunti, e chiese loro a quale prezzo avrebbero accettato di bruciare i loro genitori defunti; quelli si misero ad urlare ingiungendogli di non bestemmiare. Tale è la forza del nomos in un ambito come questo, e a ragione, secondo me, Pindaro disse che il nomos è il sommo sovrano. »
(Erodoto III, 38) 

https://it.wikipedia.org/wiki/Nomos_(mitologia)

I RETROSCENA DEL DELITTO MATTEOTTI

10 giugno 1924: un gruppo di ‘squadristi’, capeggiato da Amerigo Dumini, rapisce ed uccide il deputato socialista Giacomo Matteotti, il quale aveva denunciato i brogli e le violenze da parte fascista durante le ultime elezioni politiche.
L’episodio è ben noto. Un passaggio cruciale nella Storia d’Italia. L’assassinio di Matteotti è il momento decisivo della fine del regime parlamentare e della democrazia liberale. Uccidere Matteotti significa uccidere l’opposizione libera e il libero confronto democratico. E questo è il punto essenziale del problema.
Ma non basta. C’è dell’altro.
Col passare del tempo, molti retroscena sono emersi.
Non si è mai capito bene se Mussolini sia stato il vero mandante dell’omicidio, ma un fatto è certo al di là di ogni ragionevole dubbio: il Duce aveva non pochi motivi per temere Matteotti.
Non solo perché il deputato socialista era il più strenuo difensore del regime parlamentare.
Matteotti aveva in mano documenti molto conpromettenti per il Governo Mussolini e per il Partito Nazionale Fascista.
Questi documenti furono fatti sparire dagli assassini, ma pian piano è stato ricostruito il malaffare che stava dietro il delitto: tangenti per concessioni petrolifere e truffa ai danni dello Stato sulla vendita dei residuati bellici. Lo stesso Dumini si era arricchito acquistando ad un prezzo ridicolo un’enorme quantità di fucili che aveva poi rivenduto alla Jugoslavia.
Si legga ‘Il delitto Matteotti’ di Mauro Canali (Il Mulino 1997).
Tutto questo malaffare rischiava di far saltare il sistema di potere mussoliniano in un momento critico. Infatti l’Italia non era ancora una dittatura. Ma proprio quell’infame delitto determinò la svolta decisiva in tal senso.

GIOVANNI III SOBIESKI-IL SALVATORE D’EUROPA

Chi era Jan III Sobieski?

Non molti sanno che si tratta del duro e coraggioso Re di Polonia che nel settembre del 1683 salvò Vienna e l’intera Europa cristiana, guidando personalmente la carica della tremenda cavalleria polacca, formata dagli Ussari Alati, contro i Turchi.
È sepolto nella Cattedrale del Wavel a Cracovia. Una stanza dei Musei Vaticani è a lui intitolata. In essa si può ammirare uno splendido dipinto del pittore polacco Jan Matejko, che rappresenta la trionfale entrata in Vienna del Salvatore d’Europa.
 
Nell’estate del 1683 l’avanzata turca, con le solite tragiche conseguenze per la popolazione cristiana, sembrava inarrestabile.
Nel mese di luglio l’armata ottomana giunse nei pressi della capitale dell’Impero Asburgico, la vera porta d’Europa: iniziava così la Battaglia di Vienna, che si risolse solo il 12 settembre.
La battaglia può essere paragonata, per importanza storica, a quelle di Costantinopoli del 717, di Poitiers del 732 e di Lepanto del 1571.
Quando si svolse lo scontro decisivo, l’assedio di Vienna da parte dei Turchi durava quindi da circa due mesi e aveva ormai ridotto allo stremo la popolazione della città, la cui caduta avrebbe permesso agli Ottomani di dilagare in Europa.
 
Da un punto di vista numerico la superiorità dei turchi era sulla carta schiacciante, ma in parte era compensata dal fatto che il lungo assedio aveva indebolito anche loro, data la resistenza accanita dei viennesi, sotto il comando del Conte Ernst Rüdiger von Stahremberg.
Inoltre, bisogna considerare che soltanto una piccola parte dell’immenso esercito turco, assai poco compatto (ne facevano parte anche moldavi e valacchi), partecipò effettivamente alla battaglia. Questo è un dato estremamente importante per capire l’esito dello scontro.
Anche Sobieski si era trovato a capeggiare una coalizione piuttosto composita: polacchi, tedeschi, ucraini, ungheresi, cechi e italiani, ai quali ovviamente dobbiamo aggiungere gli austriaci asserragliati a Vienna. 
Ricordiamo che, purtroppo, non tutta l’Europa cristiana sostenne l’urto contro i Turchi, i nemici mortali della Cristianità sin dalla battaglia di Manzikert del 1071 (che oppose i Turchi Selgiuchidi all’Impero Bizantino). Anzi, la posizione politica della Francia di Luigi XIV era sostanzialmente sfavorevole all’alleanza cristiana. Infatti, se da un lato il Re Sole in quel periodo difendeva a spada tratta l’ortodossia religiosa cattolica all’interno (la revoca dell’Editto di Nantes risale infatti al 1685), dall’altro sperava in un indebolimento degli Asburgo d’Austria e quindi trattava apertamente con i Turchi. Il contrasto franco-asburgico per la supremazia in Europa era da molto tempo una delle cause principali di debolezza della Cristianità di fronte ai Turchi, insieme alla divisione religiosa tra protestanti, cattolici e ortodossi. 
Fu soprattutto il Papa Innocenzo XI Odescalchi a tessere una rete di rapporti diplomatici volta alla costituzione di una vasta coalizione antiturca, insieme all’Imperatore d’Austria Leopoldo I.
E fu proprio Leopoldo I che prese la difficile decisione di affidare il comando al già attempato Sobieski (aveva 54 anni).
Il comandante dell’armata turca, Kara Mustafa, commise indubitabilmente un errore strategico fatale.
Ritenendo che la la città fosse ormai sul punto di crollare (su questo non sbagliava) e sottovalutando le capacità di Sobieski, non predispose le necessarie difese verso il Monte Kahlemberg. Quindi si fece trovare con un fianco quasi completamente sguarnito. E fu proprio dal Kahlemberg che l’esercito cristiano irruppe. 
Semplice e geniale intuizione di Sobieski.
Prima dello scontro decisivo, il famoso frate cappuccino Marco d’Aviano (Beato della Chiesa Cattolica) celebrò la Santa Messa e pronunciò una dura arringa di guerra.
La composizione molto eterogenea dei due eserciti contribuì non poco alla frammentazione della battaglia in tanti piccoli scontri.
Ma nel pomeriggio Sobieski, dopo un pesante ed efficace cannoneggiamento dalla collina, decise di sferrare l’attacco decisivo con la cavalleria, il cui nerbo era costituito dai summenzionati Ussari Alati polacchi. Piccola notazione: erano detti alati perché portavano dietro la corazza grossi supporti di legno a forma di ali ornati di penne. Impressionante doveva essere il risultato visivo e uditivo di quell’armamentario così singolare! 
La cavalleria annientò lo schieramento turco, che si trovò presto in una morsa mortale, dato che gli austriaci uscirono quasi subito da Vienna per dare manforte a Sobieski.
Kara Mustafa si diede alla fuga, ma poco 
dopo non potè sfuggire alla sentenza di morte decretata dal Sultano Mehmet IV.
La battaglia costò la vita a circa diciassettemila uomini, di cui solo duemila dell’armata cristiana.
Anche se le stime degli storici divergono molto, l’armata ottomana era formata, inizialmente, da un totale di almeno 140000 uomini. Pertanto appare quasi un prodigio che la vittoria sia arrivata grazie alla carica devastante di soli 3000 cavalieri, sia pure terribili. Ma, come ho già detto, solo una piccola parte dell’esercito turco venne impiegata direttamente nello scontro. Inoltre, Kara Mustafa s’impegnò quasi fino alla fine nel tentativo di conquistare Vienna, invece di concentrare le sue forze contro gli Ussari Alati di Sobieski.
In sostanza, il Re di Polonia in una prima fase lasciò che lo scontro si spezzettasse, favorendo la dispersione degli ottomani, ma al momento decisivo seppe approfittare dell’errore tattico del suo avversario. 
Quando le forze nemiche sono preponderanti, bisogna cercare di tenerle il più possibile disunite, per poi colpirle al cuore con rapidità e determinazione. 
La stessa tattica che circa 130 anni dopo usò Napoleone subito prima dello scontro decisivo di Waterloo, ma lì qualcosa non funzionò: nel momento culminante arrivò Blücher e non Grouchy….
La sconfitta turca, in effetti, non pose fine all’invasione, che si fermò solo con la pace di Karlowitz del 1699. Infatti, rispetto all’enorme numero di soldati messi in campo, le perdite della battaglia erano state ben poca cosa. Ma di certo la sconfitta di Vienna diede un colpo decisivo all’espansione ottomana in Europa, che comunque venne definitivamente fermata solo nel 1718 (Pace di Passarowitz).
Possiamo immaginare che cosa sarebbe accaduto ai viennesi e a buona parte dell’Europa se i Turchi avessero vinto?
 
Per finire, riporto un passo del cronista turco che personalmente assistette alla battaglia:
 “Gli infedeli spuntarono sui pendii con le loro divisioni come nuvole di un temporale, ricoperti di un metallo blu. Arrivavano con un’ala di fronte ai valacchi e moldavi addossati ad una riva del Danubio e con l’altra ala fino all’estremità delle divisioni tartare, coprivano il monte ed il piano formando un fronte di combattimento simile ad una falce. Era come se si riversasse un torrente di nera pece che soffoca e brucia tutto ciò che gli si para innanzi. »
(Mehmed, der Silihdar, così da Richard F. Kreutel, Karamustapha vor Wien. Das türkische Tagebuch der Belagerung, (Graz 1955))
(Da Wikipedia).

Sono molte le cose che ho tralasciato per esigenze di chiarezza e di sinteticità. Spero che i lettori comprendano.


Per approfondire subito ecco una piccola sitografia:


http://cronologia.leonardo.it/battaglie/batta45.htm
http://www.albertomassaiu.it/la-battaglia-di-vienna-e-il-destino-dei-balcani/
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Vienna


Jan Matejko, Sobieski entra a Vienna, 1883
(Da Wikipedia:
https://pl.m.wikipedia.org/wiki/Jan_Sobieski_pod_Wiedniem)

“HOLODOMOR”

Negli anni ’30 il regime comunista di Stalin provocò in modo sistematico e premeditato la morte per fame di milioni di Ucraini.
Mi risulta che gli agenti sovietici gettavano nelle fosse comuni non solo i morti,  ma anche i moribondi, per evitare inutili perdite di tempo.
Le stime variano tra i 4 e i 7 milioni di morti.
Lo scopo di questo genocidio era duplice: da un lato si voleva distruggere la piccola proprietà contadina che ostacolava la collettivizzazione della terra; dall’altro, la requisizione spietata del grano era “necessaria”, diciamo così, per attuare un piano di industrializzazione a tappe forzate dell’Unione Sovietica.
Questo genocidio è stato taciuto per decenni, ma gli Ucraini se lo ricordano bene.
Vorrei far notare che ancora oggi, per ragioni ideologiche, nonostante l’enorme quantità di documenti e di testimonianze, la tendenza negazionista è molto forte.

Qui si possono trovare moltissime informazioni:
http://www.holodomorct.org/links.html