LA BATTAGLIA DI OSTIA-849

Dopo il saccheggio di Roma da parte dei Saraceni nell’846, il papa Leone IV inizia la costruzione di una cinta muraria difensiva attorno al Vaticano (le famose “Mura leonine”), ma la minaccia saracena è quasi continua. 
Ma chi erano questi “Saraceni”? L’etimologia di questa parola è molto discussa ed è anche discusso il suo reale significato. Può essere intesa come un sinonimo di “Arabi”, ma generalmente gli storici designano con questo termine i musulmani occidentali, cioè quelle popolazioni nomadi e seminomadi nordafricane formatesi dalla fusione tra gli Arabi e i gruppi etnici autoctoni, tra cui i cosiddetti “Berberi”. Di sicuro, questi popoli di religione musulmana praticavano in modo sistematico la pirateria nel Mediterraneo e compivano scorrerie in cerca di schiavi e di bottino. 
Nella primavera dell’849 si diffonde la notizia di un attacco ormai imminente dei Saraceni a Roma. Le città di Napoli, Gaeta, Amalfi e Sorrento, stufe delle continue scorrerie saracene e decise a difendere la capitale della Cristianità, formano la Lega Campana e costituiscono rapidamente una flotta per fermare l’attacco dei Saraceni. Nel mese di luglio le due flotte, saracena e cristiana, sono pronte allo scontro. La flotta della Lega è guidata dal console Cesario di Napoli (figlio  del duca di Napoli Sergio). 
Dobbiamo tener presente che la posizione di Napoli, in quel momento, pare un po’ ambigua per via dei rapporti amichevoli intercorsi con i Saraceni, il che non ci sorprende. Dall’inizio dell’espansione araba nel Mediterraneo (VII secolo) le relazioni tra l’Occidente e il mondo islamico non erano state caratterizzate solo da scontri armati, ma anche da relazioni commerciali e culturali. Comunque, papa Leone IV pretende una presa di posizione netta e ufficiale da parte di Cesario. 
Prima della battaglia, il papa celebra una Messa nella Basilica di S. Aurea nel borgo di Ostia (la città antica era da tempo abbandonata) per propiziare la vittoria dei soldati della Lega Campana. La preghiera creata per l’occasione è rimasta nella liturgia cattolica. In essa si fa riferimento all’Apostolo Paolo, salvato da Dio nei naufragi accaduti durante i suoi viaggi in mare.
Il giorno seguente inizia lo scontro che dura per quasi tutta la giornata con fasi alterne, finché una tempesta non scompagina lo schieramento delle navi saracene, consentendo ai cristiani di sferrare un attacco decisivo. La maggiore maestria (e soprattutto la maggiore conoscenza del vento libeccio) dei marinai italiani risulta in questo frangente determinante. Non abbiamo, ovviamente, un computo preciso dei morti, dei feriti e dei prigionieri. Le fonti storiche sono scarse. Sappiamo comunque che molti prigionieri musulmani furono utilizzati per la costruzione delle Mura Leonine. La schiavizzazione dei prigionieri di guerra, a maggior ragione se infedeli, era all’epoca del tutto normale.
Prima di Lepanto, la Battaglia di Ostia può essere considerata come la principale vittoria navale cristiana sui musulmani.
Possiamo chiamarla “vittoria italiana”? Entro certi limiti forse sì, nel senso che un minimo di spirito italico patriottico dovette stare tra le motivazioni profonde dei marinai cristiani. Ma certo si era ancora molto lontani dalla formazione di una coscienza civile italiana, alla quale, comunque, questa battaglia diede un significativo contributo, circa 300 anni prima della Lega Lombarda.
il significato religioso risultò comunque quello prevalente nella memoria storica. Fu ritenuta una vittoria voluta da Dio soprattutto per via della determinante tempesta. E naturalmente il merito principale fu attribuito alla benedizione da parte del papa Leone IV, come si può notare anche nella Battaglia di Ostia di Raffaello (1514-1515). Da notare che il grande pittore urbinate diede a Leone IV le sembianze del papa allora regnante, Leone X (1513-1521).  
Per quanto riguarda le conseguenze della battaglia, possiamo dire che la reale portata dello scontro fu amplificata nella memoria della Cristianità? La cosa sembra più che plausibile, visto che era stata preceduta da circa 200 anni di attacchi e di invasioni da parte dell’Islam. In ogni caso, essa ebbe un impatto abbastanza notevole nella “geopolitica” del Mediterraneo, perché rafforzò, nel breve e medio termine, la posizione delle città marinare italiane nel Tirreno. Questo è un dato senz’altro molto importante nel quadro complessivo della Storia d’Italia, dal momento che proprio lo sviluppo delle cosiddette “repubbliche marinare” costituì una delle premesse della fioritura della civiltà comunale.  
Inoltre, se consideriamo che la Città Eterna aveva già subìto poco tempo prima un pesante saccheggio, quali sarebbero state le conseguenze di un ulteriore attacco all’Urbe in caso di sconfitta cristiana? Sta qui, a mio avviso, il profondo significato politico e religioso della vittoria di Ostia. 

 

Raffaello, “Battaglia di Ostia”, Stanze Vaticane
(da Wikipedia)

Per approfondire:
https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Ostia
http://cronologia.leonardo.it/storia/anno849.htm
http://win.storiain.net/arret/num42/artic2.htm
http://www.treccani.it/enciclopedia/saraceni_(Enciclopedia-Italiana)/
http://zweilawyer.com/2017/02/05/il-sacco-di-roma-846-d-c-e-la-battaglia-di-ostia-849-d-c/

L’ORIGINE DEL CONCETTO DI MEDIO EVO: UN PARADOSSO CRONOLOGICO

Sulla precisa delimitazione cronologica dell’età di mezzo il dibattito è sempre aperto.
Ma al problema cronologico è strettamente legato l’aspetto concettuale: che cosa  s’intende veramente con l’espressione “Medioevo”?
La questione più importante è quella di capire quando, come, perché e da chi è stato introdotto il concetto di “età di mezzo”.
Il discorso è molto lungo, ma cercherò di sintetizzarlo al massimo.
Tutti gli studiosi sono concordi nell’affermare che il concetto è nato nell’ambito della cultura umanistica, sviluppatasi in Italia fra il Trecento e il Quattrocento, nel momento preciso in cui si è capito che fra il mondo antico e quello “moderno” c’era un periodo intermedio, un’età di mezzo, appunto.
Il concetto, quindi, è nato dalla scoperta di una duplice e profonda frattura culturale e ideologica: da un lato, risultava evidente, per la prima volta in modo netto e radicale, che con il crollo dell’Impero Romano d’Occidente era finita la civiltà greco-romana; dall’altro, gli umanisti si sentivano spiritualmente più vicini al mondo antico che alla civiltà sorta dopo le invasioni barbariche.
La paternità precisa è ancora sub judice, ma un fatto è certo: il concetto nasce decisamente molto prima della scoperta dell’America!
Ma allora ritengo che sarebbe il caso di rivedere la tesi tradizionale che pone la fine del Medioevo nel 1492.
Se la manteniamo, non arriviamo al paradosso di porre il Rinascimento, sicuramente iniziato nella prima metà del Quattrocento, nel Medioevo?
E con Lorenzo il Magnifico, morto nel 1492, come la mettiamo? Dobbiamo mettere anche lui nel Medioevo?
Forse è necessaria una riflessione critica su questo tema.

L’ESPANSIONE DELL’ISLAM E LE CROCIATE

Un punto di vista oggettivo in contrasto con la cultura dominante
 
Vorrei partire dal presupposto che nella cultura dominante europea (ed europeista) l’idea della Crociata è associata sempre a cose molto negative: violenza, intolleranza eccetera. Non solo: molto spesso qualcuno, dico qualcuno fra noi ‘occidentali’, sostiene la tesi, molto grave e pericolosa, che in fondo il terrorismo islamico può essere storicamente compreso come una conseguenza di lungo termine delle Crociate. Infatti i fondamentalisti islamici la pensano esattamente così! Vogliono farcela pagare proprio per queste Crociate…..
Questo tipo di rappresentazione storica è più vicina all’ideologia che alla realtà. 
Partiamo dal presupposto fondamentale che nella Storia non ci sono popoli buoni e popoli cattivi, popoli innocenti e popoli colpevoli. 
Dobbiamo poi considerare che cosa era accaduto PRIMA delle Crociate.
Sta qui il punto cruciale della questione.
Subito dopo la morte di Maometto, avvenuta nel 632, inizia la grande espansione dell’Islam. Non è un’espansione pacifica. Non è fatta da predicatori inermi come i monaci buddhisti. Si tratta di un’espansione militare. 
All’epoca non esisteva più l’Impero Romano d’Occidente. Però esisteva l’Impero Romano d’Oriente. Impero romano e cristiano. 
Quindi l’Islam comincia una lunga e sanguinosa guerra di conquista in nome di Allah, che lo porterà a sottomettere la Siria, la Palestina, l’Egitto, l’Africa settentrionale e la Spagna (tralascio le conquiste al di fuori del bacino del Mediterraneo). Ad un certo punto (717) minaccia direttamente Costantinopoli. La Sicilia non sfugge e per circa 150 anni, fra il IX e l’XI secolo, si trova sotto la dominazione islamica. Si tratta di territori che di diritto appartenevano alla Cristianità.
Espansione dell’Islam fra il 622 e il 750
Immagine tratta da Wikipedia:
Ma a parte le conquiste vere e proprie, non dobbiamo trascurare le continue scorrerie dei pirati Saraceni ai danni delle popolazioni cristiane.
In sintesi: prima della Prima Crociata, bandita nel 1095 e terminata con la sanguinosissima riconquista (dicasi ‘riconquista’, visto che faceva parte dell’Impero Romano) di Gerusalemme nel 1099, per più di 400 anni l’Occidente cristiano era stato sottoposto ad una pressione militare continua da parte dell’Islam. 
Per la cultura intellettuale dominante, tutto comincia con la Prima Crociata, la nostra fondamentale colpa storica.
Ma si sa, o lo si dovrebbe sapere, che non è così.
Va precisato, a onor del vero, che l’espansione dell’Islam ha avuto anche alcune conseguenze molto positive nella storia della Civiltà Occidentale. Ne sono una chiara ed inequivocabile testimonianza tutte quelle parole della scienza e della tecnica di origine araba (  http://massolopedia.it/?page_id=912 ).
Dobbiamo anche considerare l’importanza della filosofia araba e delle traduzioni arabe delle opere di Aristotele che circolavano in Occidente.
E non dimentichiamo l’introduzione in Europa dei numeri che infatti ancora oggi si chiamano “arabi”, anche  se in effetti provengono dall’India.
 
Sta di fatto, comunque, che la Prima Crociata è venuta dopo più di 400 anni di attacchi e di invasioni da parte dell’Islam. Allora si può dire che, ferma restando la condanna di principio della guerra, forse le Crociate potrebbero anche essere comprese in un’ottica un pochettino più obiettiva e meno autolesionistica.
Nel 1453 un’Europa gravemente divisa (corsi e ricorsi storici….) abbandonò Costantinopoli nelle mani dei Turchi di Maometto II. Dopo la vittoria, i Turchi si lasciarono andare a tremende razzie, stupri e impalamenti di massa. Che cosa fa l’Europa, oggi, per proteggere i Cristiani perseguitati a causa della Religione?
Completo il discorso ‘ricordando’ che l’Impero Ottomano o Turco per parecchi secoli ha minacciato l’Occidente cristiano, riuscendo a strappare la Penisola Balcanica e ponendo sotto assedio Vienna per ben due volte, nel 1529 e nel 1683. 
In pratica, possiamo dire che l’assalto dell’Islam contro l’Europa è terminato solo con la Pace di Passarowitz del 1718. 
Quindi, visto che è iniziato verso la metà del VII secolo, è durato quasi 1100 anni.
Termino con una piccola notazione.
A Cracovia, nella Cattedrale del Wawel, è sepolto il Re di Polonia Giovanni III Sobieski. Fu lui che nel 1683 salvò Vienna e l’Europa intera dall’invasione turca.
Se vi capita di passare da quelle parti….
 
 
 
 
 

L’ATTUAZIONE DEL PIANO KALERGI

  Il conte Kalergi è stato uno dei padri dell’Unione Europea.
Nel 1925 venne pubblicato il suo libro intitolato “Praktischer Idealismus”.
Il libro non è stato finora tradotto in italiano e anche per questo si è diffusa la bufala che si tratta di una bufala (soprattutto fra chi non conosce il tedesco…)..
Comunque si può scaricare gratuitamente in formato pdf.
In esso, Kalergi auspica la creazione di una razza meticcia euro-afro-asiatica che lui chiama “razza del futuro” (“Zukunftsrasse”).
Negli ambienti dell’estrema destra, le tesi di Kalergi sono state strumentalizzate per propagandare la tesi di un “complotto” finalizzato all’eliminazione, quasi uno sterminio, dei popoli europei, attuato mediante l’immigrazione di massa.
Comunque, anche al di fuori degli ambienti dell’estrema destra, molti affermano che un piano di sostituzione etnica, basato sulle tesi di Kalergi, esiste veramente. Per esempio, il filosofo Diego Fusaro ha parlato di un progetto politico delle aristocrazie finanziarie finalizzato alla “proletarizzazione globale”.http://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2017/06/13/kalergi-lo-sapeva-stanno-sostituendo-i-popoli-europei-coi-migranti/211391/
Comunque, a chi sostiene che il cosiddetto PIANO KALERGI è una bufala ricordo sinteticamente che:
1) prende nome da un personaggio storico reale, un nobile nato nell’Impero Austro-ungarico, il conte Richard Nikolaus von Coudenhove-Kalergi (1894-1972);
2) questo personaggio storico poco conosciuto è stato uno dei padri dell’Unione Europea;
3) in un libro pubblicato in tedesco nel 1925 (e non ancora tradotto in italiano, ma disponibile gratuitamente in Internet in formato PDF), intitolato “Praktischer Idealismus”, Kalergi sostiene la necessità politica di creare una razza meticcia euro-afro-asiatica.
Non entro, per ora, nel merito di questo “piano”.
Voglio solo far notare che l’attuale, diciamo così, “immigrazionismo ideologico”, appoggiato da una larga parte della Sinistra italiana e da settori della Chiesa Cattolica, coincide, mutatis mutandis, con la tesi di fondo del conte Kalergi.
Recentemente, Eugenio Scalfari, non so se e fino a che punto consapevolmente, ha ripreso il “piano Kalergi” in un articolo pubblicato sull’Espresso.
Di quest’articolo riporto il passo più significativo:
“Ma se invece di ragionare su un processo millenario ragioniamo di un processo di pochi secoli, allora l’Africa diventa un elemento positivo, che va aiutato in tutti i suoi problemi. E non solo l’Africa, ma tutti i popoli migranti che hanno di mira Paesi di antica ricchezza, con i quali convivere nel tentativo di ridurre le disuguaglianze.

La vera politica dei Paesi europei è quindi d’essere capofila di questo movimento migratorio: ridurre le diseguaglianze, aumentare l’integrazione. Si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato. Questo è un futuro che dovrà realizzarsi entro due o tre generazioni e che va politicamente effettuato dall’Europa. E questo deve essere il compito della sinistra europea e in particolare di quella italiana.

JAN SOBIESKI III-IL SALVATORE D’EUROPA

Chi era Jan III Sobieski?
Non molti sanno che si tratta del duro e coraggioso Re di Polonia che nel settembre del 1683 salvò Vienna e l’intera Europa cristiana, guidando personalmente la carica della tremenda cavalleria polacca, formata dagli Ussari Alati, contro i Turchi.
È sepolto nella Cattedrale del Wavel a Cracovia. Una stanza dei Musei Vaticani è a lui intitolata. In essa si può ammirare uno splendido dipinto del pittore polacco Jan Matejko, che rappresenta la trionfale entrata in Vienna del Salvatore d’Europa.
 
Nell’estate del 1683 l’avanzata turca, con le solite tragiche conseguenze per la popolazione cristiana, sembrava inarrestabile.
Nel mese di luglio l’armata ottomana giunse nei pressi della capitale dell’Impero Asburgico, la vera Porta d’Europa: iniziava così la Battaglia di Vienna, che si risolse solo il 12 settembre.
La battaglia può essere paragonata, per importanza storica, a quelle di Costantinopoli del 717, di Poitiers del 732, della stessa Vienna del 1529 e di Lepanto del 1571.
Quando si svolse lo scontro decisivo, l’assedio di Vienna da parte dei Turchi durava quindi da circa due mesi e aveva ormai ridotto allo stremo la popolazione della città, la cui caduta avrebbe permesso agli Ottomani di dilagare in Europa.
 
Da un punto di vista numerico la superiorità dei turchi era sulla carta schiacciante, ma in parte era compensata dal fatto che il lungo assedio aveva indebolito anche loro, data la resistenza accanita dei viennesi, sotto il comando del Conte Ernst Rüdiger von Stahremberg.
Inoltre, bisogna considerare che soltanto una piccola parte dell’immenso esercito turco, assai poco compatto, partecipò effettivamente alla battaglia. Questo è un dato estremamente importante per capire l’esito dello scontro.
Sobieski si era trovato a capeggiare una coalizione piuttosto composita: polacchi, tedeschi, ucraini, ungheresi, cechi e italiani, ai quali ovviamente dobbiamo aggiungere gli austriaci asserragliati a Vienna. 
R icordiamo che, purtroppo, non tutta l’Europa cristiana sostenne l’urto contro i Turchi, i nemici mortali della Cristianità sin dalla battaglia di Manzikert del 1071 (che oppose i Turchi Selgiuchidi all’Impero Bizantino). Anzi, la posizione politica della Francia di Luigi XIV era sostanzialmente sfavorevole all’alleanza cristiana. Infatti, se da un lato il Re Sole in quel periodo difendeva a spada tratta l’ortodossia religiosa cattolica all’interno (la revoca dell’Editto di Nantes risale infatti al 1685), dall’altro sperava in un indebolimento degli Asburgo d’Austria e quindi trattava apertamente con i Turchi. Il contrasto franco-asburgico per la supremazia in Europa era da molto tempo una delle cause principali di debolezza della Cristianità di fronte ai Turchi, insieme alla divisione religiosa tra protestanti, cattolici e ortodossi. 
Fu soprattutto il Papa Innocenzo XI Odescalchi a tessere una rete di rapporti diplomatici volta alla costituzione di una vasta coalizione antiturca, insieme all’Imperatore d’Austria Leopoldo I.
E fu proprio Leopoldo I che prese la difficile decisione di affidare il comando al già attempato Sobieski (aveva 54 anni).
Il comandante dell’armata turca, Kara Mustafa, commise indubitabilmente un errore strategico fatale.
Ritenendo che la la città fosse ormai sul punto di crollare (su questo non sbagliava) e sottovalutando le capacità di Sobieski, non predispose le necessarie difese verso il Monte Kahlemberg. Quindi si fece trovare con un fianco quasi completamente sguarnito. E fu proprio dal Kahlemberg che l’esercito cristiano irruppe. 
Semplice e geniale intuizione di Sobieski.
Prima dello scontro decisivo, il famoso frate cappuccino Marco d’Aviano (Beato della Chiesa Cattolica) celebrò la Santa Messa e pronunciò una dura arringa di guerra.
Bisogna dire che sia l’esercito cristiano, sia quello turco, avevano una composizione molto eterogenea. Questo dato di fatto contribuì non poco alla frammentazione della battaglia in tanti piccoli scontri.
Ma nel pomeriggio Sobieski, dopo un pesante ed efficace cannoneggiamento dalla collina, decise di sferrare l’attacco decisivo con la cavalleria, il cui nerbo era costituito dai summenzionati Ussari Alati polacchi. Piccola notazione: erano detti alati perché portavano dietro la corazza grossi supporti di legno a forma di ali ornati di penne. Impressionante doveva essere il risultato visivo e uditivo di quell’armamentario così singolare! 
La cavalleria annientò lo schieramento turco, che si trovò presto in una morsa mortale, dato che gli austriaci uscirono quasi subito da Vienna per dare manforte a Sobieski.
Kara Mustafa si diede alla fuga, ma poco 
dopo non potè sfuggire alla sentenza di morte decretata dal Sultano Mehmet IV.
La battaglia costò la vita a circa diciassettemila uomini, di cui solo duemila dell’armata cristiana.
Anche se le stime degli storici divergono molto, l’armata ottomana era formata, inizialmente, da un totale di almeno 140000 uomini. Pertanto appare quasi un prodigio che la vittoria sia arrivata grazie alla carica devastante di soli 3000 cavalieri, sia pure terribili. Ma, come ho già detto, solo una piccola parte dell’esercito turco venne impiegata direttamente nello scontro. Inoltre, Kara Mustafa s’impegnò quasi fino alla fine nel tentativo di conquistare Vienna, invece di concentrare le sue forze contro gli Ussari Alati di Sobieski.
In sostanza, il Re di Polonia in una prima fase lasciò che lo scontro si spezzettasse, favorendo la dispersione degli ottomani, ma al momento decisivo seppe approfittare dell’errore tattico del suo avversario. 
Quando le forze nemiche sono preponderanti, bisogna cercare di tenerle il più possibile disunite, per poi colpirle al cuore con rapidità e determinazione. 
La stessa tattica che circa 130 anni dopo usò Napoleone subito prima dello scontro decisivo di Waterloo, ma lì qualcosa non funzionò: nel momento culminante arrivò Blücher e non Grouchy….
La sconfitta turca, in effetti, non pose fine all’invasione, che si fermò solo con la pace di Karlowitz del 1699. Infatti, rispetto all’enorme numero di soldati messi in campo, le perdite della battaglia erano state ben poca cosa. Ma di certo la sconfitta di Vienna diede un colpo decisivo all’espansione ottomana in Europa, che comunque venne definitivamente fermata solo nel 1718 (Pace di Passarowitz).
Possiamo immaginare che cosa sarebbe accaduto ai viennesi e a buona parte dell’Europa se i Turchi avessero vinto?
 
Per finire, riporto un passo del cronista turco che personalmente assistette alla battaglia:
 “Gli infedeli spuntarono sui pendii con le loro divisioni come nuvole di un temporale, ricoperti di un metallo blu. Arrivavano con un’ala di fronte ai valacchi e moldavi addossati ad una riva del Danubio e con l’altra ala fino all’estremità delle divisioni tartare, coprivano il monte ed il piano formando un fronte di combattimento simile ad una falce. Era come se si riversasse un torrente di nera pece che soffoca e brucia tutto ciò che gli si para innanzi. »
(Mehmed, der Silihdar, così da Richard F. Kreutel, Karamustapha vor Wien. Das türkische Tagebuch der Belagerung, (Graz 1955))
(Da Wikipedia).

Sono molte le cose che ho tralasciato per esigenze di chiarezza e di sinteticità.
Per approfondire subito ecco una piccola sitografia:
http://cronologia.leonardo.it/battaglie/batta45.htm
http://www.albertomassaiu.it/la-battaglia-di-vienna-e-il-destino-dei-balcani/
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Vienna

 

http://massolopedia.it/lespansione-dellislam-e-le-crociate/


Jan Matejko, Sobieski entra a Vienna, 1883
(Da Wikipedia:
https://pl.m.wikipedia.org/wiki/Jan_Sobieski_pod_Wiedniem)

 

IL PROCESSO DI VERONA: UNA MOSTRUOSITÀ GIURIDICA

Vorrei fare una PICCOLA premessa: la mia è un’analisi storica e NON IDEOLOGICA.
Dobbiamo partire innanzitutto da un presupposto inconfutabile: Mussolini ricopriva la carica di Capo del Governo per decisione del Re d’Italia Vittorio Emanuele III.
Per decisione del legittimo Re d’Italia questa carica gli era stata tolta e tale decisione non poteva in alcun modo essere contestata sul piano della legittimità.
In secondo luogo, la creazione della Repubblica Sociale Italiana, altrimenti detta di Salò, con l’aiuto determinante dell’esercito germanico, DEVE essere considerata come un atto TOTALMENTE ILLEGITTIMO visto che il territorio di tale sedicente Repubblica apparteneva al Regno d’Italia.
In buona sostanza, Benito Mussolini, ex-socialista ed ex-combattente volontario contro Austria e Germania, aveva consegnato una parte del territorio della nostra Patria ai tedeschi, cioè ad un esercito straniero invasore. Risulta evidente la mostruosa gravità di quest’atto politico scellerato, ancora più grave della sconsiderata decisione di entrare in guerra a fianco della Germania di Hitler (dicasi di Hitler!).
Venendo al punto del processo, dobbiamo subito dire che gli imputati non avevano commesso alcun atto illegittimo durante la famosa e fatale seduta del 25 luglio 1943. Avevano votato un ordine del giorno perfettamente legittimo proposto da Dino Grandi, uno dei membri del Gran Consiglio. Legittimo l’ordine del giorno, legittima la votazione al di là di OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO.
In sostanza, l’ordine del giorno che fu votato nella seduta fatidica stabiliva di rimettere nelle mani del Re, cioè del Capo dello Stato, le redini del Governo e soprattutto della conduzione della guerra, esautorando il Duce del Fascismo. Infatti, immediatamente dopo la riunione Mussolini venne LEGITTIMAMENTE sostituito da Pietro Badoglio.
Il Gran Consiglio del Fascismo non era una burla. Era, in effetti, il massimo organo costituzionale del Regno d’Italia.
La decisione votata dal Gran Consiglio, presa in un momento di gravissime e penosissime difficoltà militari per evitare una tremenda catastrofe, non può, in alcun modo, essere considerata illegittima.
Eppure, a Verona il sedicente Tribunale pronunciò le sentenze di condanna a morte per tutti (con l’unica eccezione di Tullio Cianetti) coloro i quali avevano votato a favore dell’ordine del giorno Grandi.
La cosa ridicola e mostruosa nello stesso tempo è che, in sostanza, il Tribunale decise la condanna a morte degli imputati in base al cosiddetto ‘tradimento dell’Idea’ (nel senso dell’Idea Fascista), un ‘reato’ che il Duce aveva formalmente introdotto nel novembre del 1943, cioè DOPO la seduta che si era tenuta il 25 luglio.
Condannati a morte per aver tradito l’Idea Fascista incarnatasi nel Duce! No comment.
Si capisce bene, quindi, perché il processo di Verona è stato, come ho scritto nel titolo, un atto mostruoso sul piano giuridico ed istituzionale.

IL PATTO RIBBENTROPP-MOLOTOV E LE SUE DISASTROSE CONSEGUENZE

MolotovRibbentropStalin.jpg
 Firma del trattato da parte di Molotov alla presenza di Ribbentropp e Stalin (Foto da Wikipedia)

Ufficialmente, viene definito patto di “non aggressione” tra il Terzo Reich e l’Unione Sovietica, firmato il 23 agosto del 1939 dai rispettivi ministri degli esteri von Ribbentropp e Molotov.
Gli obiettivi di Stalin erano abbastanza chiari: rioccupare i territori della Russia zarista persi nella Prima Guerra Mondiale (chiara e netta eredità, secondo il mio parere, del cosiddetto “sciovinismo grande-russo”: l’espressione era stata usata da Lenin stesso nei confronti di Stalin e dei “burocrati” della rivoluzione nel dicembre del 1922! http://stefano-santarelli.blogspot.it/2010/11/lautodeterminazione-dei-popoli-lultima.html ) e tenere sotto controllo l’espansionismo tedesco. Inoltre, sperava di isolare il Giappone, che già da alcuni anni si allargava pericolosamente in Estremo Oriente (invasione della Manciuria nel 1931, incidenti al confine con l’URSS a partire dal 1935) e si era alleato con Hilter nel 1936 stipulando il Patto Anticomintern in funzione antisovietica.
Per la Germania nazista l’occasione era molto ghiotta perché l’ossessione strategica dei tedeschi rimaneva quella di evitare di dover combattere contemporaneamente ad ovest e ad est, come in effetti era accaduto nel primo conflitto mondiale, soprattutto a causa del fallimento del Piano Schlieffen. Hitler pensava già all’attacco contro le potenze occidentali, anche se il suo piano espansionistico di lungo termine era dichiaratamente rivolto verso l’Europa orientale (la teoria folle e criminale del cosiddetto “Lebensraum”=spazio vitale). Infatti, già prima della firma del patto, Hitler aveva dichiarato che il suo obiettivo principale era la conquista dell’Ucraina, il “granaio d’Europa” (che già Stalin aveva spietatamente sfruttato fra il 1932 e il 1933 con le requisizioni di viveri e la condanna di milioni di Ucraini alla morte per fame:

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/10/11/lesperimento-di-stalin-che-uccise-milioni-di-ucrainiFirenze16.html).

http://www.corriere.it/lettere-al-corriere/11_Settembre_29/-UCRAINA-DEGLI-ANNI-TRENTA-LA-MORTE-PER-FAME_60c83c62-ea5c-11e0-ae06-4da866778017.shtml )

C’è anche da considerare che, in fondo, il rafforzamento militare della Germania generava un atteggiamento piuttosto ambivalente: da un lato spaventava chi lo aveva subìto, francesi in testa, dall’altra poteva anche costituire un baluardo contro il comunismo sovietico, che le potenze occidentali avevano vanamente cercato di fermare all’indomani della rivoluzione d’ottobre con un intervento militare diretto.  Questo può almeno in parte spiegare la cosiddetta politica dell’appeasement. E poi c’erano i legami transnazionali, molto forti, fra i gruppi esoterici europei, dai quali il nazionalsocialismo traeva una buona parte della sua ispirazione ideologica. Per non parlare della simpatia del Duca di Windsor per la Germania nazista. Insomma, un grande guazzabuglio.
Comunque, il trattato consentì alla Germania di iniziare la conquista della Polonia (1-9-1939) e quindi di porre fine all’onta del “corridoio polacco” imposto a Versailles, che aveva tolto allo stato tedesco la continuità territoriale.
 I Sovietici iniziarono quasi subito l’invasione della Polonia da est (17-9-1939) e, qualche mese dopo, delle Repubbliche Baltiche (14-6-1940). Da parte sovietica, si è sempre sostenuto che Il Patto Ribbentropp-Molotov fu essenzialmente un trattato di natura difensiva nella sua essenza, che nasceva in un contesto internazionale complicato, caratterizzato dalla sospetta debolezza  dell’Occidente di fronte all’aggressiva politica estera nazista. La tesi sovietica si è sempre basata sull’idea che il patto  fosse l’unico modo per garantire la sicurezza dell’Urss, visto che le potenze occidentali, per varie ragioni, esitavano a contrastare Hitler e a formare un fronte comune anti-tedesco.
Ad ogni modo, la parte segreta del patto, il cosiddetto “protocollo supplementare” prevedeva sia che la Finlandia, l’Estonia e la Lettonia sarebbero state nell’area d’influenza sovietica, sia la spartizione della Polonia tra la Germania e l’Unione Sovietica.
Le conseguenze di breve termine furono enormemente vantaggiose per entrambe le parti, che ottennero il raggiungimento dei rispettivi obiettivi. Da notare che le Repubbliche Baltiche dovettero aspettare il 1991 per ottenere l’indipendenza. Hitler potè iniziare l’attacco ad ovest (10-5-1940) sentendosi garantito ad est, con le conseguenze gravissime che tutti sanno, tra cui la relativamente agevole occupazione militare della Francia. Stalin realizzò l’espansione territoriale che voleva ed ebbe il tempo, o almeno così pensava, di prepararsi all’inevitabile scontro con la Germania. In quel momento, infatti, l’Armata Rossa era stata notevolmente indebolita dalle famose “purghe staliniane” ai danni degli ufficiali.
Le conseguenze più gravi dovette subirle la Polonia, stritolata da due superpotenze.
Invasione, deportazioni, massacri, distruzioni. Fra le stragi compiute dagli invasori in quel paese martoriato, forse la più terribile (più di 20000 persone trucidate a sangue freddo) fu quella perpetrata dai Sovietici (per essere precisi: da reparti della polizia politica nota come NKVD) a Katyn (dal 3 aprile al 14 maggio 1940), che tra l’altro favorì enormemente la propaganda nazista.

La strage venne riconosciuta dai Russi solo dopo l’avvento di Gorbaciov.
http://www.katyn.org.au/
http://www.radioradicale.it/scheda/276360/il-film-di-andrzej-wajda-katyn-intervista-a-victor-zaslavsky
https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Katy%C5%84#La_rivelazione_della_verit.C3.A0
http://www.treccani.it/enciclopedia/katyn/

Il documento nel quale Berija suggerisce a Stalin l’esecuzione degli ufficiali polacchi. https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Katy%C5%84

Nella Polonia occupata grazie anche al patto con Stalin, il Terzo Reich potè attuare il sistematico sterminio degli Ebrei. Si calcola che dei circa sei milioni e mezzo di vittime nei lager nazisti, quasi tre milioni perirono nella sola Polonia, dove i tedeschi realizzarono a partire dal 1941 ben sei “campi”, tra cui quello di Auschwitz (liberato dai Sovietici il 27 gennaio del 1945).

Conseguenze di lungo termine del patto Ribbentropp-Molotov: la Polonia e le Repubbliche Baltiche si sono trovate nella “sfera d’influenza sovietica”, quindi in una condizione che eufemisticamente viene definita di “sovranità limitata”, fino al crollo dell’Unione Sovietica.

Comunque, fu proprio l’attacco tedesco alla Polonia che spinse la Francia e il Regno Unito a dichiarare guerra alla Germania (3-9-1939).
Così iniziava la Seconda Guerra Mondiale.

Per approfondire:
https://it.wikipedia.org/wiki/Patto_Molotov-Ribbentrop#Contenuto_del_patto
http://www.raistoria.rai.it/articoli/il-patto-molotov-ribbentrop/10728/default.aspx
http://lanostrastoria.corriere.it/2013/11/10/lo-strano-patto-molotov-ribbentrop/

Vorrei consigliare anche la lettura del bel libro di Carmelo Bonanno “L’età contemporanea nella critica storica” (il capitolo intitolato: Le responsabilità della Seconda Guerra Mondiale).

Vorrei far notare, se non altro per dovere di completezza e di obiettività, che da tempo è in corso un tentativo di rivedere, per così dire, tutta la questione, allo scopo di mettere in rilievo le “responsabilità” occidentali e le necessità “oggettive” del regime staliniano nella genesi storica del Patto Ribbentropp-Molotov. Si vedano, a questo proposito, i siti che riprendono in pieno la vecchia tesi sovietica:

http://noicomunisti.blogspot.it/2012/09/sul-patto-molotov-ribbentrop.html
https://aurorasito.wordpress.com/2015/09/01/la-storia-mai-raccontata-del-patto-molotov-ribbentrop/

IL NODO IDEOLOGICO DELLE FOIBE

Alcune note sul ricordo delle foibe.

Legge 30 marzo 2004, n. 92
“Istituzione del «Giorno del ricordo» in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati”
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 86 del 13 aprile 2004
Art. 1.
1. La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.
Contrari alla Legge, è bene ricordarlo, furono i parlamentari comunisti.
Discorso di Franco Giordano (Rifondazione Comunista):
“Noi – lo vogliamo affermare con grande franchezza e sincerità -, in ordine a quelle vicende drammatiche che, come è stato detto in quest’aula, hanno insieme una specificità politica ed etnica, non abbiamo dubbi nel condannare tali violenze. Aggiungo che non siamo tra coloro che trovano giustificazioni nell’orrore che gli oppressori avevano realizzato precedentemente per giustificare quello che si realizzò successivamente. Le più avvertite ricostruzioni storiche parlano di un fenomeno che non è ascrivibile al genocidio né alla giusta punizione di qualche rigurgito fascista. Ma voi, attraverso queste proposte emendative, proponete una giornata del ricordo. Francamente, non comprendiamo neanche l’atteggiamento dei colleghi del centrosinistra, che per questa via non ricostruiscono una verità, non aprono una luce sulla vicenda storica, ma si prestano ad un’altra operazione politico-culturale. Noi a questa operazione non solo non ci vogliamo prestare, ma la combattiamo apertamente ed esplicitamente. Non si può dedicare una giornata della memoria, al pari del 25 aprile e di quella dell’Olocausto, in quanto stiamo parlando di fenomeni che non sono assolutamente equivalenti e la proposta di renderli equivalenti – cari colleghi ed amici del centrosinistra – in realtà allude ad un processo di revisionismo storico che cambia la natura dello Stato e della Costituzione antifascista”.
 https://it.m.wikipedia.org/wiki/Iter_della_legge_istitutiva_del_Giorno_del_ricordo
 Il discorso di Franco Giordano è molto interessante. Non nega le ingiuste violenze subite dagli italiani da parte degli jugoslavi di Tito durante e dopo la guerra, ma mette in risalto il significato culturale ed ideologico della Legge, potenzialmente dannoso per il carattere antifascista della Costituzione repubblicana. Si tratta quindi di un pericolo evidente di natura ideologica. Parlare delle foibe è pericoloso per le sue implicazioni politiche.
In effetti, dobbiamo dire che sulla questione delle foibe il dibattito storico ha quasi sempre assunto un carattere ideologico molto forte. In sintesi: la cultura di matrice marxista tende a negare, a minimizzare oppure a giustificare, se non altro in senso storico-politico, non morale, i massacri (indiscriminati, per la verità) perpetrati dagli jugoslavi, in considerazione della politica di forzata italianizzazione attuata dal regime fascista e dei crimini nazifascisti.
Non è certo un caso che la Legge sia stata approvata grazie alla prevalente iniziativa di parlamentari di Alleanza Nazionale durante il II Governo Berlusconi.
La tendenza si è mantenuta nel tempo. Può essere interessante leggere a questo proposito il seguente testo:
Da un articolo pubblicato su MARX 21-RIVISTA COMUNISTA-9 febbraio 2012
“Le salme riesumate dalla Foiba di Basovizza appartenevano a soldati tedeschi uccisi durante bombardamenti alleati. Sarebbe quindi opportuno che gli studenti accompagnati presso i luoghi della memoria apprendessero la reale identità dei poveri resti in essa rinvenuti. Così pure, che dai processi fatti nel dopoguerra, solo un italiano risulterebbe “infoibato” a Basovizza, il triestino Mario Fabian, volontario del citato Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza (Cernigoi, 2005).” Articolo di Marco delle Rose.
La foiba di Basovizza è la più importante, possiamo dire il simbolo di quella che alcuni definiscono la ‘pulizia etnica’ subita dagli italiani. Altri parlano di vero e proprio genocidio. Ma proprio su questa foiba (che in realtà è una fossa mineraria) il dibattito è ancora oggi molto acceso. Allo stato attuale la fossa, divenuta nel frattempo Monumento Nazionale, è chiusa da decenni. Ulteriori indagini sono forse impossibili.
A me, comunque, non risulta che nella ‘foiba’ di Basovizza siano stati gettati SOLO i corpi di “soldati tedeschi uccisi durante i bombardamenti alleati”. Non sono in possesso personalmente di documenti inoppugnabili, ma risulta a mio parere sufficientemente chiaro che sia a Basovizza, sia in molte altre località occupate dai partigiani comunisti di Tito, sono stati gettati vivi o morti un numero incalcolabile di italiani colpevoli di essere italiani (in base all’equazione: italiano=fascista).
Si veda a questo proposito il documentario ‘Basovizza-infoibati’:
Oppure ‘La foiba di Basovizza’:
C’è anche chi parla di ‘falso storico’:
E la lista potrebbe continuare.
Ma a parte gli infoibati calcolati deduttivamente o accertati, circa 300.000 italiani hanno dovuto abbandonare le terre occupate da Tito SOLO per il fatto di essere italiani.
A Roma esiste ancora il cosiddetto quartiere giuliano-dalmata dell’Eur, nato proprio per ospitare i profughi cacciati da Tito.
Spero che questo mio modestissimo intervento non sia interpretato in chiave ideologica o addirittura strumentalizzato per fini politici.

 

IL COSIDDETTO “NAZICOMUNISMO” 

Il problema che mi pongo è il seguente: sia il comunismo, sia il nazismo hanno sterminato milioni di persone sulla base di precise e assolute convinzioni ideologiche e questo è un dato incontestabile. Ma esistono tra queste due ideologie, al di là del fatto che si sono scontrate (dopo un iniziale accordo!) a partire dal 1941, punti di contatto teorici?
Indubbiamente, il comunismo sovietico aveva come base teorica fondamentale la dottrina di Marx, un filosofo sicuramente di grande levatura nella storia del pensiero, mentre per il nazismo non si può dire lo stesso.
Però, al di là di questa relativa “povertà teorica” del nazismo rispetto al comunismo, qualche punto di contatto possiamo comunque trovarlo.
In un articolo poco noto pubblicato nel 1994 su “La Civiltà Cattolica” (“Ideologia nazicomunista nella Seconda Guerra Mondiale”), il gesuita Robert Graham ha sostenuto una tesi che io personalmente condivido in pieno, anche se non esaurisce il problema. La tesi è questa: comunismo sovietico e nazismo avevano in comune soprattutto una cosa, e cioè il progetto di distruggere il Cristianesimo: il primo in nome del materialismo storico marxiano, il secondo in nome di un “neopaganesimo nordico”.
C’è anche da considerare un altro fatto interessante: è puramente “contingente” il nome di “partito nazional-socialista dei lavoratori tedeschi”?
Dal punto di vista della “prassi”, l’idea comune che stava evidentemente alla base dell’azione politica e militare dei due regimi consisteva nella necessità di creare un “uomo nuovo”, un nuovo “sistema” sociopolitico, eliminando tutti coloro che non rientravano nello “schema” ideologico e che quindi ne impedivano la realizzazione: per i sovietici, nemici di classe, sacerdoti, oppositori politici, contadini ucraini; per i nazisti, ebrei, malati, zingari…eccetera.
Possiamo dire, per semplificare, che alla base del comunismo sovietico c’era una specie di “ingegneria sociale totalitaria”, mentre il nazismo si basava su una “pseudobiologia della razza ariana”.
Quindi potevano variare i tipi di “nemici”, ma l’idea comune era, lo ripeto, quella del “dovere storico” di eliminare, di cancellare tutta quella parte di umanità che, anche per il solo fatto di esistere, ostacolava la realizzazione del “progetto politico totalitario”.
In entrambi i casi, come anche nel caso del regime fascista, si trattava di variazioni sul tema del famoso “stato etico” hegeliano.
Questi sono dati di fatto della Storia, non opinioni, anche se, per ragioni ideologiche, sono stati fatti e purtroppo ancora oggi si fanno molti tentativi per negarli o almeno per minimizzarli, o addirittura per giustificarli, sia “da destra”, sia “da sinistra”.
In base a una documentazione inoppugnabile, risultano evidenti alcuni dati di fatto.
Già con la dittatura di Lenin (m. 1924) viene deciso di mantenere i “gulag” zaristi per deportare i “nemici di classe”, cioè per eliminare tutti gli oppositori politici.
Nel 1932, dopo vari tentativi di fiaccare la resistenza del popolo ucraino, il “compagno” Stalin decide di sterminarlo facendo requisire tutte le scorte alimentari: genocidio per fame.
Da notare che gli agenti del NKVD prelevavano spesso, per seppellirli in fosse comuni, anche i moribondi. Metodo sovietico per risparmiare tempo.
Circa 6 o 7 milioni di ucraini uccisi mediante la fame, mentre le esportazioni di grano ucraino aumentano! Economia politica staliniana….
In pratica, con i soli ucraini, Stalin è riuscito a eguagliare, se non a superare, il numero degli ebrei uccisi dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.
Quindi Hitler prende il potere in Germania (1933) mentre Stalin stermina gli ucraini. Con il nazismo inizia una nuova forma di totalitarismo basata non sulla distruzione del “nemico di classe”, bensì sul razzismo puro e sul genocidio premeditato.
L’idea del genocidio è del tutto assente nella dottrina marxista? In senso stretto direi di sì, anche se il concetto di etnie intrinsecamente arretrate e quindi destinate all’annientamento nel processo storico rivoluzionario è presente e ha sicuramente ispirato la feroce politica “etnica” di Stalin.
Se pensiamo, poi, al genocidio vandeano perpetrato dalla Repubblica giacobina fra il 1793 e il 1794, troviamo un chiaro ed evidente antesignano degli sterminii attuati nel XX secolo. Robespierre e i suoi seguaci volevano sterminare un intero popolo considerato intrinsecamente incompatibile con la neonata repubblica.
Notiamo, a questo proposito, che Engels, nel 1849, in un articolo pubblicato sulla “Neue Rheinische Zeitung”, aveva (hegelianamente) definito “popoli residuali” (Völkerabfälle, che si potrebbe anche tradurre con “immondizia dei popoli”) quelle etnie europee intrinsecamente controrivoluzionarie perché troppo arretrate…
Qui emerge chiaramente l’influenza di Hegel e dell’idealismo tedesco (in particolare penso a Fichte) sia sul nazionalismo germanico, sia sul marxismo.
Infatti Karl Raimund Popper, il grande epistemologo e teorico della democrazia liberale, considera Hegel (con Platone!) il padre del totalitarismo del Novecento.
Nel 1939 si arriva al Patto Ribbentropp-Molotov. Per la storiografia marxista si tratra di un accordo determinato dalla sola necessità contingente, ma secondo me c’era anche altro, c’era qualche affinità ideologica di fondo (in gran parte dovuta all’eredità hegeliana) che non è stata ancora pienamente sviscerata.
 
 
 
 
 

IL COLLOQUIO TRA SAN FRANCESCO E IL SULTANO

IL SANTO PATRONO D’ITALIA HA DAVVERO APPROVATO LE CROCIATE?
La questione del colloquio tra San Francesco è estremamente attuale, visto che viviamo in un’epoca caratterizzata da immigrazionismo ideologico, terrorismo islamico fondamentalista, relativismo e antioccidentalismo radical-chic.
Si è discusso molto sulla presunta approvazione delle Crociate da parte di San Francesco, il Patrono d’Italia, riconosciuto dalla tradizione anche come “Alter Christus”.
Stando ad una testimonianza attribuita a Sant’Illuminato da Rieti, uno tra i primi seguaci del “poverello d’Assisi”, San Francesco, nel famoso colloquio con il Sultano avvenuto nella città di Damietta d’Egitto nel 1219, avrebbe approvato in modo espilicito la guerra contro i musulmani (FONTI FRANCESCANE 2690-2691).
Mi risulta che questa testimonianza è stata considerata un falso storico.
Non entro nel merito della questione non avendo sufficienti elementi.
Tuttavia, vorrei far notare che l’attualizzazione del messaggio spirituale di San Francesco in senso – diciamolo pure perché è evidente – “buonista”, “pacifista” o addirittura “relativista” a me pare francamente una forzatura politico-ideologica da respingere sul piano della realtà storica oggettiva.
San Francesco non può e non deve essere considerato un “pacifista” nel senso moderno del termine. Ripeto: nel senso moderno del termine, a scanso di pericolosissimi equivoci.
San Francesco era lontanissimo dal buonismo e dal relativismo culturale e religioso oggi dominante. Per lui la Verità era una sola: la Fede Cristiana Cattolica, rivelata da Cristo e trasmessa e custodita dalla Chiesa Cattolica.
Per quanto riguarda l’Islam, risulta evidente dalle testimonianze storiche che la finalità fondamentale, al di là di ogni ragionevole dubbio, del viaggio del Santo nei territori dominati dall’Islam era quello di predicare questa Verità ad ogni costo, anche del martirio, ovviamente.
Predicare e se possibile convertire, ovviamente. Non intendo, si badi, trascurare il suo tentativo realistico, questo sì molto “moderno”, di aprire un canale politico-diplomatico.
A questo proposito, vorrei citare un passo chiarissimo della REGULA NON BULLATA, un documento storico di accertata e assoluta validità: (RegNB XVI, 1-10: FONTI FRANCESCANE 42-43) «Dice il Signore: Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe (Mt 10, 6). Perciò quei frati che, per divina ispirazione, vorranno andare fra i Saraceni e altri infedeli, vadano con il permesso del loro ministro e servo. Il ministro poi dia loro il permesso e non li ostacoli se vedrà che essi sono idonei ad essere mandati; infatti dovrà rendere ragione al Signore, se in queste come in altre cose avrà proceduto senza discrezione. I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono ordinare i rapporti spirituali in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio (1Pt 2,13) e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che, quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché,se uno non rinascerà per acqua e Spirito Santo non potrà entrare nel regno di Dio (Gv 3,5)».

Un altro testo molto chiaro e interessante è tratto dalla Chronique d’Ernoul e riguarda proprio il colloquio con il Sultano:

«Se tu, sire, vorrai credere alle nostre parole, noi consegneremo la tua anima a Dio, perché ti diciamo in verità che se tu morrai in questa legge che ora professi, sarai perduto né mai Dio avrà la tua anima. Proprio per questo noi siamo venuti. Ma se ci darai ascolto e vorrai comprendere, noi ti mostreremo con argomenti irrefutabili, alla presenza dei piú saggi dottori del regno, se li vorrai convocare, che la vostra legge è falsa» (FONTI FRANCESCANE 2232).

Per queste e altre testimonianze:
http://www.internetsv.info/Terrorismo.html