Lezione 1: DEFINIZIONE DELL’OGGETTO DI STUDIO 

 Chi vuole seriamente studiare la Storia delle Religioni deve partire da un presupposto fondamentale: le singole Religioni NON SONO entità stabili, definite, separate, delimitate.
Cosa significa questo? Significa che i veri elementi primari da studiare non sono le Religioni prese isolatamente.
Ogni singola Religione ha un valore come una realtà staccata dalle altre SOLTANTO per il credente.
Lo studioso deve ANALIZZARE le Religioni, nel senso che deve individuarne i componenti primari, che sono le singole credenze, i singoli riti eccetera. Fatto questo, si tratta poi di individuare i legami “genetici” con altre religioni:
Questi componenti primari delle Religioni sono il riflesso, o per meglio dire il residuo essenziale di PARADIGMI universali antichissimi che non muoiono mai, ma si mischiano, si fondono, entrano in conflitto ed a volte raggiungono compromessi.
Ad esempio, il monoteismo è un paradigma, come lo è il politeismo. Anche la cosiddetta ‘offerta primiziale’ rientra in un paradigma ben definito ed universale.
La Storia delle Religioni è in realtà la Storia dei Paradigmi Religiosi.
Bisogna anche tener conto del fatto che la comparazione storico-religiosa ci pone, in alcuni casi, di fronte a problemi piuttosto complessi.
Risulta evidente che il punto di vista dello storico delle religioni deve essere, o dovrebbe essere, quello dell’osservatore esterno.
Pur volendo matenere questo punto d’osservazione scientifico in teoria esterno, non posso non rilevare che il Cristianesimo presenta alcune peculiarità che lo distinguono in modo netto.
Mi riferisco in particolare al fatto che la “storia sacra” cristiana non si pone nel contesto, ben noto agli studiosi, del “tempo mitico”, bensì in un quadro storico preciso e circostanziato.
Ho cercato di mostrare questa differenza, molto significativa, in questo piccolo studio comparativo relativo alla “Resurrezione di Cristo”:

LA SACRA BIBBIA

La parola ‘Bibbia’ deriva dal greco ‘biblìa’ che vuol dire semplicemente ‘libri’.
Ciò significa che nella cultura cristiana tardo-antica e medioevale la Bibbia era il libro per antonomasia, il libro dei libri, il libro in senso assoluto.
Dal punto di vista etimologico è una parola plurale (neutro plurale, per la precisione) divenuta femminile singolare nel Medioevo.
Quindi si è trattato di una trasformazione che, pur non intaccando nella sostanza il valore semantico originario, manifesta una precisa concezione filosofico-teologica: l’idea che la Sacra Scrittura è un testo unitario. Gran parte del lavoro teologico medioevale è consistito proprio nel dare alla Bibbia la massima unità possibile, soprattutto attraverso l’esegesi ‘tipologica’.
Tuttavia, rimane il fatto che la Bibbia non è e non può essere considerata come un testo unitario. La Bibbia è, come anche fa capire l’etimologia della parola, una raccolta di libri, scritti da autori diversi in tempi diversi.
Questa varietà notevole comporta tutta una serie di problemi per coloro i quali intendono studiare seriamente le Sacre Scritture. Tali problemi richiedono complesse analisi filologiche, storiche, sociologiche, archeologiche e storico-religiose. Su queste discipline si fonda la moderna critica biblica, una scienza nata nel Rinascimento.
Visto che si tratta di una raccolta di libri scritti in un periodo di tempo molto lungo, dobbiamo innanzitutto chiederci: quanti sono i libri della Bibbia?
A questa domanda non è facile dare una risposta. I libri del Nuovo Testamento sono univocamente 27, ma per l’Antico la faccenda si complica.
Notiamo subito che la Bibbia cattolica è formata complessivamente da 73 libri. Nella Bibbia protestante, invece, i libri sono 66.
7 libri in meno non sono una cosa di poco conto. Anche la Bibbia dei Testimoni di Geova è composta da 66 libri.
Da che cosa dipende questa differenza?
I Protestanti hanno eliminato, dall’Antico Testamento, quei libri che non sono riconosciuti dal ‘canone’ ebraico.
Dobbiamo fare un grosso passo indietro nel tempo.
Nel terzo secolo a. C., ad Alessandria d’Egitto, un gruppo di dotti Ebrei, 6 per ciascuna delle 12 tribù d’Israele, iniziano la traduzione delle Sacre Scritture dall’ebraico al greco. La traduzione dei ‘Settanta’ (per la precisione 72) diventa un testo di riferimento fondamentale per gli Ebrei. Il greco è la lingua franca del Mediterraneo orientale e gli Ebrei, diffusi un po’ dappertutto, usano la traduzione in greco per la semplice ragione che vivono in un mondo dominato dalla cultura greca. Una piccola parte dei testi di quello che i Cristiani chiamano Antico Testamento vengono addirittura scritti in greco e ovviamente sono quelli più influenzati dalla tradizione filosofica e culturale ellenistica.
Quando nasce il Cristianesimo, la cultura dominante è quella greca e difatti il Nuovo Testamento viene scritto in greco. I suoi Autori, in chiara continuità con la tradizione ebraica, usano e citano come testo di riferimento la traduzione dei Settanta. Si veda a questo proposito il testo sul greco biblico:
Nella prima fase, la comunità cristiana non si stacca da quella ebraica, ma dopo la distruzione del Secondo Tempio (70 d. C.) la situazione cambia. Tra le due comunità la separazione diventa sempre più netta.
A questo punto, i Maestri ebrei della dottrina prendono una decisione drastica: eliminano dal canone tutti quei libri che non sono stati scritti in ebraico, la lingua sacra per eccellenza:
Tobia
Giuditta
I Maccabei
II Maccabei
Sapienza di Salomone
Siracide (o Ecclesiastico o Sapienza di Siracide)
Baruc.
Nel XVI secolo, i Protestanti decidono di seguire il canone ebraico. Invece il Concilio di Trento conferma il cosiddetto ‘canone alessandrino’, che riconosce anche i 7 libri sopra citati.

LA RESURREZIONE DI CRISTO NEL QUADRO DELLA STORIA DELLE RELIGIONI

Premesso che TUTTE LE RELIGIONI passate e presenti (e probabilmente anche future) si basano sulla FEDE in fatti, esseri e situazioni soprannaturali, nel caso del Cristianesimo è evidente la centralità dell’evento della Resurrezione di Gesù Cristo, intesa come FATTO STORICO attestato da testimoni oculari e riportato in testi (i Vangeli) ritenuti credibili.

Per un non credente la Resurrezione è chiaramente un evento considerato impossibile sul piano della realtà naturale. Il che implica la negazione A PRIORI della credibilità storica dei racconti che l’attestano.
La Resurrezione di Cristo non è, comunque, l’unico caso nella Storia delle Religioni.
Per un’adeguata comprensione dell’essenza del problema, dobbiamo innanzitutto distinguere nettamente il concetto dell’immortalità dell’anima, credenza religiosa universale, dalla resurrezione. L’immortalità dell’anima significa che la vita dell’anima prosegue ininterrottamente dopo la morte del corpo.
La resurrezione è, invece, un ritorno al mondo dei vivi dopo la morte, intesa come cessazione della vita. Si tratta di un ripristino totale della funzionalità vitale della persona in senso sia psichico che fisico.

Il caso più noto di resurrezione precristiana è quello di Osiride, ucciso e fatto a pezzi dal fratello Seth e poi ricomposto e resuscitato dalla sorella Iside. Nel racconto di Osiride è implicita l’idea che solo un corpo integro può permettere la prosecuzione della vita e questo si collega con l’importanza attribuita all’imbalsamazione nella cultura dell’Antico Egitto.
Nella mitologia greca troviamo diversi casi di resurrezione. Possiamo citare il caso di Semele, riportata in vita dal mondo dei morti dal figlio Dioniso, e quello di Pelope, che viene ucciso e fatto a pezzi dal padre Tantalo, e poi viene ricomposto e resuscitato da Zeus. Si noti l’evidente analogia tra la vicenda di Pelope e quella di Osiride.

A questo punto è necessaria una precisazione estremamente importante. I casi citati di resurrezioni precristiane si situano in un contesto narrativo che è noto agli storici delle religioni come “tempo del mito”, un tempo qualitativamente diverso da quello storico o attuale che dir si voglia. Nel tempo del mito, infatti, le condizioni generali di esistenza sono radicalmente diverse da quelle considerate “normali”.
Invece, tutta la vicenda terrena di Gesù Cristo, fino alla Resurrezione, avviene in un contesto storico perfettamente normale. Gli Autori dei Vangeli, infatti, forniscono riferimenti cronologici e politici precisi per collocare il racconto in un contesto spazio-temporale ben definito e “attuale”.
Tutto ciò implica un impatto psicologico e culturale molto diverso da quello di una qualsiasi narrazione mitologica.

Resurrection.JPG

AutorePiero della Francesca
Data14501463
Tecnicaaffresco
Dimensioni225×200 cm
Museo Civico, Sansepolcro

 

immagine da Wikipedia:

https://it.wikipedia.org/wiki/Resurrezione_(Piero_della_Francesca)

LA RELIGIONE È SOLTANTO L’OPPIO DEI POPOLI?

Vorrei affrontare il tema della religione dal punto di vista dell’ideologia marxista.
Secondo Marx, si sa, la religione è ‘Opium des Volks’, cioè letteralmente ‘oppio del popolo’. Che significa in sostanza?
Significa che la religione è come una droga che stordisce la persona e le fornisce un piacere compensativo, una soddisfazione apparente capace di far accettare e sopportare una condizione di ‘alienazione’ socio-economica.
In termini più semplici: lo sfruttato, credendo in Dio e nell’aldilà e praticando i riti religiosi, accetta la sua misera condizione socio-economica, che altrimenti risulterebbe insopportabile.
In alcuni casi indubbiamente la teoria di Marx sembra confermata in pieno. Basti pensare al sistema delle caste che in India perdura da millenni, sostenuto da tutto un sistema di credenze e pratiche religiose che hanno conferito ad esso la sacralità e quindi lo hanno reso inviolabile. In termini marxisti, la religione induista è la tipica ‘sovrastruttura’ ideologica di una ‘struttura’ sociale basata sulla più assoluta e radicale diseguaglianza.
Analogamente, nell’Europa feudale la Chiesa Cattolica, depositaria della Fede e della Verità, elaborò un’ideologia sociale basata sull’origine divina del potere e sulla tripartizione della società secondo lo schema oratores (i preti), bellatores (i nobili-guerrieri), laboratores (i contadini-lavoratori). In base a questo schema ideologico, la società non solo è di fatto tripartita, ma DEVE essere tripartita perché questo corrisponde all’ordine divino del mondo. Quindi il contadino-lavoratore non si può ribellare perché la struttura sociale è sacra ed inviolabile.
Ho fatto questi esempi anche per far capire che secondo me la teoria della religione come sovrastruttura funzionale di Marx non è campata in aria e trova molti riscontri nella storia.
Il problema è quello di capire se la teoria possa spiegare TUTTA la complessa e variegata fenomenologia della religione.
Ma soprattutto bisogna capire se sia corretto, sulla base di questa teoria, affermare che tutti i conflitti di matrice almeno apparentemente religiosa, siano riconducibili in ultima analisi a conflitti di natura socio-economica.
Su questo non sono d’accordo e cercherò di spiegare perché.
Occorre a questo punto cercare di esaminare alcuni problemi di carattere generale.
Risulta evidente che secondo la dottrina marxista tutta (dicasi tutta!) la storia dell’umanità deve (dicasi deve!) essere interpretata fondamentalmente come lotta di classe. Ovviamente anche il terrorismo islamico fondamentalista deve rientrare nello schema.
A me questa pretesa di ridurre tutto entro schemi socio-economici è sempre parsa eccessiva. Alla base c’è la concezione dell’uomo inteso come essere puramente economico (homo oeconomicus). Ma io non credo che l’unica caratterizzazione dell’uomo sia quella economica.
Su quest’ultimo punto sarà necessario qualche approfondimento, ma intanto vorrei riprendere il discorso della religione e far notare un dato di fatto estremamente interessante.
L’uomo paleolitico viveva di caccia, pesca e raccolta. Sicuramente non era ancora stato corrotto dal capitalismo e dal consumismo. Sicuramente non viveva in una società divisa rigidamente in classi o caste. Eppure conosceva già una forma di religione. Praticava il culto dei morti, quindi credeva nell’aldilà, e dipingeva sulle pareti delle grotte scene di caccia, probabilmente a fini propiziatori, quindi credeva anche nella magia. Le scoperte fatte soprattutto negli ultimi 150 anni hanno fra le altre cose dimostrato che la religione esiste da quando esiste l’uomo, QUINDI non può essere considerata come una ‘sovrastruttura’ in senso marxista.

ISLAM E GUERRA DI RELIGIONE – PARTE II

Ma al di là del Corano, è moralmente e intellettualmente doveroso rifiutare la facile equazione musulmano=terrorista perché è assolutamente smentita sia dall’attualità, sia dalla storia.
La maggioranza dei Musulmani che vivono in Occidente è costituita da persone oneste che vogliono vivere in pace, anche se ovviamente i mass media tendono a mettere in risalto i fenomeni più gravi d’intolleranza e di rifiuto dell’integrazione.
La storia dell’Islam non è una pura e semplice storia di guerre e di fanatica intolleranza religiosa.
Nella storia dell’Umanità anche la civiltà islamica ha dato tanto nei settori più disparati: scienza, filosofia, arte, agricoltura, navigazione. Il contributo fu particolarmente profondo nel Medioevo:

” Il contributo islamico all’Europa medievale interessò settori diversi come l’arte, l’architettura, la medicina, l’agricoltura, lamusica, il linguaggio e la tecnologia. Dall’XI alXIII secolo l’Europa assorbì le conoscenze della cultura islamica. Di particolare importanza per l’Europa furono le traduzioni attuate dagli Arabi e dai Persiani di antichi testi classici greci, tra cui le opere del filosofo greco Aristotele.”

 https://it.m.wikipedia.org/wiki/Contributo_islamico_all’Europa_medievale

La prova più evidente ed inattaccabile di questo contributo enorme della civiltà islamica al progresso umano è l’adozione di una grande quantità di termini arabi nel lessico occidentale:

“L’adozione delle tecniche e dei materiali provenienti dal mondo islamico spiega l’origine di molte delle parole arabe attualmente in uso nel lessico occidentale.[91]

  • Chimica, da al-kīmīyāʾ’ (الكيمياء)
  • Algebra, da al-jabr (الجبر)
  • Algoritmo, dal nome dello scienziato al-Khwarizmi (الخوارزمي)
  • Almanacco, da al-manākh (المناخ)
  • Ambra, da Anbar (عنبر)
  • Canfora, da kāfūr (ﻛﺎﻓﻮﺭ)
  • Carato, da qīrāṭ (قيراط) (“misura di peso”)
  • Cotone, da quṭn (قطن)
  • Garza, da qazz (قز) (“seta greggia”)
  • Lacca, da lakk (ﻟﻚ)
  • Liuto, da al-ʿūd (العود)
  • Magazzino, da makhāzin (مخازن)
  • Scacco matto da māta (مات) (“morire”)
  • Sorbetto, da sharab (شراب شربة)
  • Zucchero, da sukkar (سكّر)
  • Zero, da şifr (صفر).

Baldacchino deriva da Baghdad. Allo stesso modo Damasco dà il nome al tessuto che vi veniva prodotto e Mossul alla mussola.Taffetà deriva invece dal farsi “تافته” (tāftah), che significa “tessuto”.

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Contributo_islamico_all’Europa_medievale

ISLAM E GUERRA DI RELIGIONE – PARTE I

Il prof. Sgarbi ha recentemente affrontato il tema del rapporto tra la religione islamica e il terrorismo, proponendo la tesi di un legame strettissimo tra la fede musulmana e la guerra di religione.
 
https://www.google.it/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://m.youtube.com/watch%3Fv%3D0QC_6H0ndZI&ved=0ahUKEwjJxIqO7uPQAhWBQBoKHfL3C4UQo7QBCBowAA&usg=AFQjCNEDRZajeO3ZK-KdlKTZpmg2QVjspQ
 
In sostanza, Sgarbi ha esplicitamente dichiarato che il vero credente islamico non può non essere impegnato nella guerra contro gli infedeli. Pertanto il musulmano moderato non sarebbe un vero credente.
La tesi di Sgarbi ha il merito di porre seriamente il problema, contrastando il grave e molto pericoloso equivoco, sostenuto dalla cultura marxista e cattocomunista, secondo il quale la guerra ha sempre e soltanto cause di tipo economico.
Tuttavia ritengo necessario chiarire brevemente alcuni punti.
Bisogna partire dal presupposto che nei paesi islamici l’educazione dei bambini è in grandissima parte basata sul Corano e sulla tradizione religiosa.
Quindi si deve studiare il Corano per stabilire in termini corretti i termini del problema.
Il Corano è innanzitutto un testo complesso.
Quindi non si deve leggere in modo superficiale.
Effettivamente, alcuni versetti dichiarano esplicitamente il dovere per il credente di combattere gli infedeli. Gli infedeli sono in sostanza coloro che non si sottomettono all’Islam.
I versetti sono molti. Si legga ad esempio Sura 2:193:  “Combatteteli finché l’Islam non regni sovrano”.
Altri passi, però, mostrano se non altro un’attenzione particolare verso Giudei e Cristiani. Esempio:
“Coloro che credono, i Giudei, i Sabei o i Nazareni e chiunque creda in Allāh e nell’Ultimo Giorno e compia il bene, non avranno niente da temere e non saranno afflitti. »( Corano, V:69)
Quindi la faccenda è complessa e ha ovviamente suscitato un ampio dibattito fra gli studiosi.
 
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Corano#Versetti_riferiti_al_cristianesimo_e_al_giudaismo

IL VERBO ‘ANAMIMNÉSKOMAI’ NEL VANGELO DI MARCO

Nel Vangelo di Marco (14:72), considerato dai biblisti il più antico dei quattro canonici, troviamo una forma verbale interessante per varie ragioni.

Devo dire che secondo me, e certo non solo secondo me, il testo di Marco, proprio perché è il più antico, è il più importante per le origini del Cristianesimo ed anche per la comparazione storico-religiosa.
Si tratta dell’episodio del rinnegamento di Gesù da parte di Pietro. In sostanza in questo passo Pietro si ricorda delle parole di Gesù, il quale durante l’Ultima Cena aveva profetizzato questo suo comportamento certo non molto nobile, anche se umanamente comprensibile.
Ecco il verbo greco:
ἀνεμνήσθη
Si tratta dell’aoristo passivo del verbo

ἀναμιμνῄσκομαι (anamimnéskomai).

Questo verbo è veramente interessante.
Notiamo innanzitutto che si tratta di un verbo composto da una preposizione iniziale ‘ana’ unita al verbo vero e proprio. 
Il verbo è in effetti medio-passivo come ci fa capire la desinenza 
-mai della prima persona singolare del presente indicativo (intendo riprendere prossimamente la questione della diatesi media). In questa forma lo troviamo infatti nel vocabolario. 
Significa ricordarsi, ricordare.
La forma del presente ha ben due infissi: mi e sk, che non fanno parte del tema verbale e difatti non si trovano nell’aoristo.
Come si arriva alla forma dell’aoristo passivo? 
Premetto che in greco antico l’aoristo esprime non soltanto il passato, ma anche e soprattutto la qualità ‘puntuale’ dell’azione. L’Evangelista ha sottolineato l’assolutezza temporale dell’azione nel senso del momento esatto in cui avviene, e cioè mentre Gesù viene sommariamente processato nel Sinedrio dal Gran Sacerdote. Pietro si rende perfettamente conto che le cose si stanno, per così dire, mettendo male, che sta per succedere qualcosa di grave, e comincia ad avere paura.
La variante temporale ‘e’ (aumento temporale o prefisso temporale derivato dall’indoeuropeo e scomparso in latino) si pone normalmente tra la preposizione ed il verbo, per cui si passa da ‘ana’ ad ‘ane’. Si tratta di una variante che esprime il concetto del passato. Si usa infatti anche nell’imperfetto. 
I suffissi ‘mi’ e ‘sk’ spariscono perché non fanno parte del tema verbale.
Veniamo ora alla parte finale, foneticamente abbastanza complessa.
Normalmente, i verbi che terminano in vocale (come (ana)mimnéskomai) dovrebbero aggiungere la caratteristica ‘the’ della diatesi passiva direttamente al tema verbale (ana)mimne, ma questo verbo fa eccezione perché segue la coniugazione di altri verbi ‘notevoli’, che solo apparentemente hanno il tema in vocale, e quindi aggiunge la s (sigma) prima del -the. 
È incredibile la quantità di nozioni storiche, fonetiche e morfologiche che si possono trarre dall’analisi di questa forma verbale. 
Mi scuso con i ‘grecisti’ se ho usato il più possibile la grafia latina e non quella greca. L’ho fatto per esigenze di divulgazione.
Aggiungo che, come dico sempre, secondo me è un’assurdità storico-culturale e pedagogica far studiare il greco separatamente dal latino. 
Ritengo anche assurdo il fatto che sia stato tolto il latino dalla scuola media perché il latino fa parte delle radici della NOSTRA civiltà italiana ed occidentale. Si è trattato di un grave errore storico dovuto alla prevalenza delle ideologie. Anche su questo intendo ritornare.
Si veda anche una qualsiasi grammatica greca. Io uso (ed ammiro, forse anche perché la usavo al liceo) prevalentemente quella di Tedeschi e Borelli (‘Corso di lingua greca’ ed. Lattes-Torino) e per la comparazione il testo di Guido Silvestro ‘Atene e Roma’ (ed. Loffredo-Napoli). Per lo studio dell’indoeuropeo mi baso sul testo di Giuseppe Carlo Vincenzi ‘Il nome indoeuropeo e il nome germanico’ (ed. Cusl-Bologna).

IL RITO DELLA VIA CRUCIS

La Via Crucis ha origini antiche, ma non è facile stabilire una cronologia precisa.
Storicamente accertato è il fatto che furono soprattutto i Francescani a promuoverne la diffusione e l’istituzionalizzazione.
Il consolidamento di questa pratica cultuale avvenne tra il Seicento ed il Settecento, grazie soprattutto all’opera di San Leonardo da Porto Maurizio.
La Via Crucis venne celebrata per la prima volta al Colosseo nel 1750, anno giubilare, ma per una serie di ragioni storico-politiche soltanto a partire dal 1965 la tradizione è stata costantemente mantenuta.
Giova precisare che non si tratta di una commemorazione, come a volte si legge e si sente dire. Un rito religioso non commemora.
Esso serve invece ad attualizzare, a rendere presente un evento cruciale  della ‘storia sacra’.
http://m.famigliacristiana.it/articolo/via-crucis-al-colosseo-tutto-comincio-nel-settecento.htm
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Via_Crucis
http://m.famigliacristiana.it/articolo/via-crucis-al-colosseo-tutto-comincio-nel-settecento.htm

IL LOGOS GIOVANNEO

 


 
Il famoso “Prologo” giovanneo o “Inno al Logos” nei reperti risalenti all’anno 200 del Papiro 66 detto anche Papiro Bodmer II attualmente conservato a Ginevra (da Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Logos#/media/File:Johannesevangelium_(Papyrus_66).jpg )

1 Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος,
καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν,
καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος.
2 οὗτος ἦν ἐν ἀρχῇ πρὸς τὸν θεόν.
3 πάντα δι’ αὐτοῦ ἐγένετο,
καὶ χωρὶς αὐτοῦ ἐγένετο οὐδὲ ἕν. ὃ γέγονεν
4 ἐν αὐτῷ ζωὴ ἦν, καὶ ἡ ζωὴ ἦν τὸ φῶς τῶν ἀνθρώπων·
5 καὶ τὸ φῶς ἐν τῇ σκοτίᾳ φαίνει,
καὶ ἡ σκοτία αὐτὸ οὐ κατέλαβεν.

https://it.wikipedia.org/wiki/Logos

1 In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2 Egli era in principio presso Dio:
3 tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
4 In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5 la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l’hanno accolta.

http://www.laparola.net/wiki.php?riferimento=Gv%201,1-18&versioni%5B%5D=C.E.I.

Questo è il famoso Prologo del Vangelo di Giovanni, detto anche, molto significativamente, il “Quarto Vangelo” per distinguerlo dai tre “sinottici” di Matteo, Marco e Luca.
Il problema è: che cosa significa “Logos”?
Non è una domanda facile.
Nella versione italiana è stato di solito tradotto con “Verbo”, dal latino “verbum”, che significa “parola”.
Ma questa traduzione mi lascia molto perlesso. Si traduce una parola greca, pregna di significati, con una parola che sembra italiana, ma veramente italiana in senso stretto non è, visto che si tratta di un evidente calco di una parola latina che ha un significato diverso da quello più usuale di “verbo” (verbo essere, verbo avere eccetera)……

Ma adesso si tende a tradurlo con “Parola”, che è molto meglio.
Lasciamo stare. Andiamo avanti.
Dicevo: cosa significa “Logos” nel Prologo di Giovanni?
Il dibattito è ancora aperto. Le interpretazioni sono diverse.
Io vorrei partire dalla cultura greca antica.
In senso strettamente filosofico, nei limiti in cui la “filosofia” possa essere considerata come una scienza autonoma e quindi dotata di un suo proprio linguaggio, la parola è stata usata dai filosofi greci in tre sensi fondamentali: mente/intelligenza, discorso/ragionamento/, concetto. (Gobry, Vocabolario greco della filosofia, p. 131).
Logos, quindi, può essere inteso come “razionalità”. Ovviamente rinuncio a definire che cosa sia la “razionalità” in senso generale perché la cosa richiederebbe anni di lavoro e non arriverei comunque al risultato.
Però è possibile e opportuno stabilire come la cultura greca abbia storicamente concepito la “razionalità” legata all’uso del termine “logos”.
Il punto fondamentale è che i greci stessi contrapponevano il “logos” al “mythos” e distinguevano nettamente i “logografi” dai “mitografi”. La differenza (non sempre chiara): i mitografi si occupano di miti, i logografi di storia o comunque di vicende terrene. Si può anche dire che il mitografo è il poeta che racconta gli antichi miti. In questo senso, Esiodo è un mitografo.
In senso più tecnico-letterario: la mitografia sta alla logografia come la poesia sta alla prosa.

Si potrebbe anche dire, semplificando al massimo, che la mitografia sta alla logografia come la tradizione religiosa sta alla filosofia. Quindi risulta evidente che il logos e la filosofia sono due concetti strettamente vicini, quasi identici.
Saltiamo qualche passaggio e facciamo un viaggio ad Alessandria, la città degli intellettuali dell’età ellenistica.

Un dottissimo ebreo con nome greco, Filone Alessandrino, (20 a. C.- 45 d.C.), elabora una dottrina destinata ad avere grande importanza nel Cristianesimo. Filone interpreta il “Logos” dei greci nel senso biblico della Parola di Dio. Il Logos è il mediatore tra Dio e il Mondo, lo strumento della Creazione. La svolta è cruciale:
“Nel Vecchio Testamento la «parola di Dio» è metafora frequente per esprimere l’efficacia immediata della volontà di Dio, ma non vi si trova una personificazione della «parola», che tende invece a chiarirsi nei libri sapienziali del periodo ellenistico, dove il concetto di l. si accosta a quello predominante della «Sapienza»: essa è «artefice di tutte le cose» (Sapienza 7, 21), «esalazione della divina virtù […] specchio tersissimo dell’attività di Dio e immagine della sua bontà» (Sapienza 7, 25-26: e cfr. ivi 18, 14, dove incontriamo la più accentuata personificazione del l.).”http://www.treccani.it/enciclopedia/logos_(Dizionario-di-filosofia)/

Da notare che tutto dipende dall’incontro fra la tradizione ebraica e la filosofia greca, il cui primo grande risultato è la cosiddetta “Settanta” (http://massolopedia.it/?page_id=176 ).

Mi riferisco in particolare a un passo dei Salmi:

 « Dalla parola (logos) del Signore furono fatti i cieli,

dal soffio (pneuma) della sua bocca ogni loro schiera (dynamis).” »   (Salmi 33:6)

( https://it.wikipedia.org/wiki/Verbo_(cristianesimo) )

τω λόγω του Κυρίου οι ουρανοί εστερεώθησαν
και τω πνεύματι του στόματος
αυτού πάσα η δύναμις αυτών·

Dal Logos del Salmo 33 a Filone e da questi a Giovanni il percorso è abbastanza lineare.
In Giovanni la personificazione è completa: il “Logos” è chiaramente Gesù Cristo.

Cosa significa, in sostanza, tutto questo discorso?

Quale conclusione possiamo trarre?

Una cosa a me pare chiara: il “paradigma” cristiano si forma dall’incontro fra la cultura ebraica e quella greca.

Un’altra cosa chiara è che il Cristianesimo “incorpora”, per così dire, la filosofia greca sin dalle origini.
E dal Prologo di Giovanni comincia un’altra storia….

Per approfondire:

http://www.treccani.it/enciclopedia/logos_(Dizionario-di-filosofia)/
https://it.wikipedia.org/wiki/Logos
https://it.wikipedia.org/wiki/Mitografia
http://www.treccani.it/enciclopedia/mitografia/
http://www.treccani.it/enciclopedia/logografi_(Enciclopedia-Italiana)/
https://it.wikipedia.org/wiki/Logografia_(storia)

https://it.wikipedia.org/wiki/Verbo_(cristianesimo)

Libri secondo me fondamentali:

Ivan Gobry, Vocabolario greco di filosofia;
Nicola Abbagnano, Dizionario di filosofia.

IL CULTO DI “MAROMOGIUS”

Il culto di ‘Maromogius’ in Carinzia
Osservate quest’interessante iscrizione in latino trovata nella Valle del Lavant in Carinzia.
Trascrizione completa:
MAROMOGIO
PAG(I) MAG(ISTRI)
V(OTUM) S(OLVUNT) L(IBENTES) M(ERITO)
Traduzione sostanziale: A MAROMOGIO, I MAGISTRATI DEL VILLAGGIO SCIOLGONO IL VOTO VOLENTIERI E MERITATAMENTE.
Nel senso che il voto è stato sciolto con piena adesione perché Maromogio lo merita.
Ma chi era questo ‘Maromogio’?
Ne parleremo presto….per ora vi dico che si tratta di un’antica divinità…..