IL SIMBOLO NELLA STORIA DELLE RELIGIONI

IL SIMBOLO NELLA STORIA DELLE RELIGIONI
PICCOLE NOTE INTRODUTTIVE

Etimologicamente, la parola “simbolo” è legata al concetto di “mettere insieme”. Il simbolo e l’entità simboleggiata possono essere “messi insieme” in vari modi.
In senso generale, puo essere considerato come un simbolo tutto ciò che rappresenta qualcosa, quindi anche un segno linguistico o matematico.
Nel campo storico-religioso, però, il discorso cambia completamente.
In senso religioso, il simbolo si differenzia moltissimo dal semplice segno. Tra il simbolo e l’entità simboleggiata deve esistere un rapporto strettissimo, costante nel tempo e indipendente dal contesto, al punto che si può persino evidenziare quasi un rapporto d’identità. Questo non vale per il semplice segno.
Per capirlo bisogna fare un esempio concreto.
Prendiamo il caso del pesce, che viene considerato generalmente come un simbolo di Gesù Cristo nella cultura paleocristiana.
Il motivo è semplice: la parola pesce, in greco ΙΧΘΥΣ (ichthys), è l’acronimo di Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore.
«’Ιησοῦς Χριστός Θεoῦ Υιός Σωτήρ (Iesùs CHristòs THeù HYiòs Sotèr)»
Si capisce bene che l’immagine del pesce, se riferita solo all’acronimo, non può essere considerata un simbolo religioso in senso stretto, anche perchè implica necessariamente una conoscenza delle parole greche che non può essere data per scontata.
Invece il Crocifisso è talmente legato alla figura di Gesù che non si può parlare di una pura e semplice “rappresentazione”. Il Crocifisso è sacro proprio perché esso, in effetti, “è” Cristo. La distinzione tra l’oggetto e l’entità rappresentata si perde nella logica religiosa.
Lapide paleocristiana nel Museo delle Terme di Diocleziano. Qui abbiamo sia l’immagine del pesce, sia la parola ΙΧΘΥΣ (ichthys).

Immagine tratta da:

https://it.wikipedia.org/wiki/Ichthys#/media/File:Stele_Licinia_Amias_Terme_67646.jpg

Nello stesso tempo, però, osserviamo che il pesce può assumere una valenza simbolica che va ben oltre la convenzionalità del puro acronimo.

Utilizzando la concettualizzazione di Sherry Ortner, che distingue i simboli in riassuntivi e elaboranti, in un contesto cristiano il pesce “riassume” anche altre cose: l’acqua del Battesimo, il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, i pescatori convertiti da Gesù…

Se poi consideriamo che i protocristiani vivevano inseriti in un contesto socioculturale prevalentemente “pagano”, il simbolo del pesce rimanda anche a valori comunque positivi quali la fecondità e la vitalità, perfettamente condivisibili a prescindere dall’appartenenza religiosa.

GRECO BIBLICO-L’IMPORTANZA STORICO-CULTURALE DELLA COSIDDETTA “SETTANTA”

Che cos’è il “greco biblico”?   La lingua del Nuovo Testamento, certo, ma anche la lingua greca usata dal III secolo a. C. per tradurre l’Antico Testamento. L’importanza di questa traduzione, detta la “Settanta” perché secondo la tradizione fu fatta da 70 (anzi per la precisione da 72, 6 per ciascuna delle 12 tribù d’Israele) traduttori ebrei ad Alessandria d’Egitto, è enorme, ma non si può dire che sia molto conosciuta e soprattutto adeguatamente apprezzata. In sostanza, contrariamente a quello che si crede comunemente, la lingua del Nuovo Testamento non è tanto la lingua parlata nel mondo greco-romano nel I secolo dell’era volgare, quanto piuttosto proprio la lingua della “Settanta”! Gli studi approfonditi degli specialisti lo hanno dimostrato in modo a mio parere sempre più netto e chiaro. Per convincersi di questo fatto, estremamente significativo, basterebbe notare che la stragrande maggioranza delle citazioni dell’Antico Testamento presenti nelle Sacre Scritture cristiane sono tratte proprio dalla Settanta. Ovviamente, la Settanta costituiva per gli Autori del Nuovo Testamento un modello non soltanto in senso linguistico, ma anche in un senso molto più profondo. Secondo il mio modesto parere, il “paradigma” cristiano ha cominciato a formarsi ad Alessandria d’Egitto, nel contesto della grande civiltà ellenistica, dall’incontro tra la cultura ebraica e quella greca.

A questo proposito, ritengo estremamente importante e significativa una questione tuttora molto dibattuta.
Alcuni anni fa mi ero occupato del problema  delle origini dell’encratismo cristiano ed ero arrivato alla conclusione che si tratta di un’eredità della cultura greca, con particolare riferimento alla teoria orfico-pitagorica dell’anima prigioniera del corpo.
Mi risulta che secondo la maggior parte degli studiosi, l’encratismo non ha una base nella tradizione ebraica, in cui l’essere umano è considerato come un’unità psico-fisica inscindibile e, in linea generale, la verginità in quanto tale non viene esaltata.
Risulta evidente che la definizione culturale del rapporto corpo-anima è strettamente collegata sia alla storia delle religioni, sia alla medicina psicosomatica.
L’influenza della cultura greca, a mio modesto avviso, è ravvisabile già nella traduzione in greco delle Sacre Scritture ebraiche denominata “Settanta”, iniziata secondo la tradizione nel III secolo a. C. ad Alessandria d’Egitto.
Mi riferisco in particolare al famoso e dibattuto passo di Isaia 7:14, che nella Settanta è tradotto nel seguente modo:
“δια τούτο δώσει Κύριος αυτός υμίν σημείον· ιδού η παρθένος εν γαστρί έξει, και τέξεται υιόν, και καλέσεις το όνομα αυτού Εμμανουήλ”.
http://oodegr.com/oode/profities/xristos/parthenos1.htm
È noto che questa traduzione per gli studiosi ebrei è una forzatura. La parola greca παρθένος, che significa vergine, non coincide infatti con la parola ebraica [‘almah’] (= giovane donna) presente nel testo di Isaia. La parola corrispondente a vergine è, invece, o dovrebbe essere, [“betulah”]. Ovviamente, nel NT ritorna la parola παρθένος in riferimento alla profezia di Isaia (Matteo, 1:23).
Non ho alcuna pretesa di aggiungere o togliere nulla alle opinioni degli autorevoli studiosi che si sono occupati di questo tema spinoso, anche perché purtroppo non ho una conoscenza sufficiente della lingua ebraica.
Comunque, secondo me risulta evidente che proprio questo passo molto controverso dimostra la distanza tra la cultura ebraica e quella greca sul tema del rapporto tra corpo e anima e sul conseguente valore della verginità.
Per approfondire:

Moltissimi sono i siti che trattano l’argomento della Settanta o Septuaginta e del greco biblico. Posso citare, se non altro per un primo inquadramento:

https://www.britannica.com/topic/Septuagint

http://it.cathopedia.org/wiki/Greco_biblico

http://bbba.altervista.org/drupal/?q=book/export/html/83

http://www.theopedia.com/septuagint

http://www.theopedia.com/new-testament-use-of-the-old-testament

http://www.newadvent.org/cathen/13722a.htm

Ma lo studio disponibile on-line più interessante secondo me è questo:

https://faculty.gordon.edu/hu/bi/ted_hildebrandt/ntesources/ntarticles/bsac-nt/harrison-lxximportance-pt2-bs.pdf

Molto utile, per un confronto preciso e sintetico tra l’Ebraismo e il Cristianesimo, è il libro:

AA. VV.,  “ISLAM-CRISTIANESIMO-EBRAISMO a confronto”, edizioni PIEMME

SINDONOLOGIA II

Copia della Sindone conservata nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme
PERCHE LA SANTA SINDONE SI TROVA A TORINO?
La storia della Sindone è estremamente complessa. Fino al XIV secolo le fonti sono poche e difficili da interpretare. Me ne occuperò prossimamente…
Ma intanto cerchiamo di capire quella che potrebbe essere definita la ‘storia accertata’ del Sacro Lino.
Il primo possessore storicamente documentato della Sindone è il Cavaliere francese Geoffroy de Charny, morto combattendo contro gli inglesi a Poitiers nel 1356 per difendere il Re di Francia con il proprio corpo. Forse non è un caso che il Sudario di Cristo sia capitato nelle mani di un prode e valoroso Cavaliere….
In ogni caso, come Geoffroy sia venuto in possesso della reliquia non si sa, ma da questo momento la storia della Sindone è abbastanza chiara e senza lacune.
Comunque, un avo di sua moglie aveva partecipato alla IV Crociata e questo fatto è molto importante, visto che la reliquia era stata vista proprio a Costantinopoli quando la capitale dell’Impero Bizantino era stata conquistata dai Crociati (1204).
Procediamo con ordine: nel 1353 Geoffroy de Charny fonda una chiesa a Lirey per adempiere un voto e dona alla collegiata della stessa chiesa il Lenzuolo da lui ritenuto la vera Sindone in cui era stato avvolto il Corpo di Cristo.
Geoffroy era un autentico Cavaliere, che fu capace di sacrificare la vita per difendere il suo Re, quindi la sua testimonianza ha un certo valore. Più di questo per ora non possiamo dire.
Nel 1855 fu trovato nella Senna un medaglione bronzeo con la raffigurazione della Sindone e delle ‘armi’ degli Charny. Si tratta chiaramente di un documento storico molto importante nella ricostruzione oggettiva di questa vicenda.
Nel ‘memoriale di Arcis’, scritto nel 1389 dal vescovo di Troyes Pietro d’Arcis all’antipapa avignonese Clemente VII, l’autore eleva una protesta contro l’ostensione della reliquia voluta da Goffredo II di Charny, figlio del Cavaliere di cui abbiamo parlato. Pietro d’Arcis fa riferimento ad una commissione di teologi che già in occasione di una precedente ostensione aveva sollevato seri dubbi sull’autenticità del Lenzuolo donato più di trent’anni prima da Geoffroy de Charny alla chiesa da lui stesso fondata.
La testimonianza del vescovo di Troyes non è considerata molto attendibile, nel senso che probabilmente aveva interesse a screditare la reliquia di Lirey. Sappiamo che nel Medioevo le reliquie avevano un’importanza economica e persino politica enorme. Scatenavano vere e proprie guerre per il loro possesso, quindi la cosa non ci sorprende affatto.
Goffredo II invia un contromemoriale e alla fine l’antipapa Clemente VII legittima con una bolla l’ostensione, a patto che si dichiari ufficialmente che si tratta di una ‘pictura’.
Oggi la scienza ha ampiamente dimostrato che l’immagine della Sindone non è e non può essere una pittura, ma andiamo avanti.
Nel 1418 il conte Umberto de la Roche, marito di Margherita de Charny, figlia del figlio del primo possessore accertato della Sindone, prende possesso della reliquia per proteggerla nel momento più drammatico della Guerra dei Cent’anni tra la Francia e l’Inghilterra.
Da notare che nel 1415 i francesi avevano subito una grave disfatta ad Azincourt, che aveva fatto della Francia in pratica un possedimento del Re d’Inghilterra Enrico V. Quindi le preoccupazioni del conte Umberto erano più che fondate.
Negli anni successivi l’intraprendente Margherita non solo si rifiuta di riconsegnare alla chiesa di Lirey il prezioso Sacro Lino, ma organizza addirittura una serie di ostensioni non autorizzate in giro per l’Europa, suscitando le reazioni negative da parte delle autorità ecclesiastiche. Nel frattempo la Francia si è risollevata grazie a Giovanna d’Arco (fatta bruciare sul rogo come eretica e strega dagli inglesi nel 1431), anche se la guerra si protrae fino al 1453.
Nel 1449 il vescovo di Chimay (Belgio) ordina un’inchiesta dopo l’ennesima ostensione non autorizzata e Margherita (rimasta vedova nel 1448) deve sottomettersi, ma non riconsegna la Sindone alla chiesa di Lirey.
Nello stesso anno della fine della Guerra dei Cent’anni, Margherita cede la reliquia al duca di Savoia Ludovico (o per meglio dire alla moglie del duca) e 4 anni dopo viene scomunicata.
Nel 1502 i Savoia fanno costruire una cappella in cui conservare la reliquia nella loro capitale Chambéry e nel 1506 ottengono dal papa Giulio II l’autorizzazione ufficiale del culto pubblico.
Disgraziatamente, nel 1532 la cappella prende fuoco e la Sindone viene danneggiata.
Attenzione: l’incendio, secondo i ‘sindonologi’, toglie valore alle prove del carbonio 14 effettuate alla fine degli anni ’80, in base alle quali il Sacro Lino risalirebbe ad un periodo non ben precisato ma comunque posteriore al 1260.
Le pazienti suore clarisse di Chambéry provvedono alle riparazioni, il che comporta un’ulteriore ‘contaminazione’ della reliquia.
In seguito a varie vicende belliche, la Sindone viene trasferita in diverse località.
Nel 1562 la capitale del Ducato di Savoia viene spostata a Torino, dove la reliquia viene portata definitivamente nel 1578.
Da notare che l’ultimo Re d’Italia Umberto II, prima di morire donò al papa Giovanni Paolo II la Santa Sindone nel 1983.
 

SINDONOLOGIA I-LA RICERCA DELL’ENEA

 

Copia della Sindone conservata nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme

Sulla Sindone si è discusso moltissimo ed ancora si discute.
Il problema è: si tratta di un clamoroso falso o c’è qualcosa di veramente straordinario che la Scienza non riesce a spiegare?
Non ho la pretesa di dimostrare nulla in modo definitivo.
Voglio solo presentare il problema in modo corretto ed obiettivo.
Cominciamo con l’aspetto strettamente scientifico.
Una sperimentazione piuttosto lunga, meticolosa e complessa, condotta da ricercatori dell’ENEA, ha portato ai seguenti risultati:

COLORAZIONE SIMIL–SINDONICA DI TESSUTI DI LINO TRAMITE RADIAZIONE NEL

LONTANO ULTRAVIOLETTO

 Riassunto dei risultati ottenuti presso il Centro ENEA di Frascati negli anni 2005 – 2010

PAOLO DI LAZZARO, DANIELE MURRA, ENRICO NICHELATTI, ANTONINO SANTONI, GIUSEPPE BALDACCHINI

Riassunto

Presentiamo un riassunto dei risultati sperimentali di irraggiamento di tessuti di lino tramite impulsi laser eccimeri nell’ultravioletto e nel lontano ultravioletto effettuati negli anni 2005 – 2010 allo scopo di ottenere una colorazione simile a quella dell’immagine corporea visibile sulla Sindone di Torino. L’interesse di questi studi risiede nel fatto che i tentativi di replica dell’immagine sindonica sia con metodi chimici sia con metodi fisici si sono rivelati sinora inadatti a ottenere le caratteristiche dell’immagine stessa. In particolare, i metodi chimici a contatto non consentono di ottenere una delle più peculiari caratteristiche dell’immagine sindonica, ovvero lo spessore di colorazione estremamente sottile,

  1. RIASSUNTO E CONCLUSIONI

In questo lavoro abbiamo riassunto brevemente lo stato dell’arte delle conoscenze sulla immagine sindonica, e spiegato i motivi dell’estrema difficoltà nel riprodurre una immagine avente le stesse caratteristiche fisiche e chimiche, con la conseguenza che ad oggi la Scienza non è ancora in grado di spiegare come si sia formata l’immagine corporea sulla Sindone. Alla luce di queste elevate difficoltà tecnologiche e scientifiche, l’ipotesi di un falsario medioevale non sembra ragionevole.

Ut breviter dicam, i nostri risultati dimostrano che un brevissimo e intenso lampo di radiazione VUV direzionale può colorare un tessuto di lino in modo da riprodurre molte delle peculiari caratteristiche della immagine corporea della Sindone di Torino, incluse la tonalità del colore, la colorazione superficiale delle fibrille più esterne della trama del lino, e l’assenza di fluorescenza. Tuttavia, va sottolineato che la potenza totale della radiazione VUV richiesta per colorare istantaneamente la superficie di un lino corrispondente ad un corpo umano di statura media, pari a 

34mila miliardi di Watt

IT *superficie corporea = 2000 MW/cm2 *17000 cm2 = 34mila miliardi di Watt

rende oggi impraticabile la riproduzione dell’intera immagine sindonica usando un singolo laser eccimero, poiché questa potenza non può essere prodotta da nessuna sorgente di luce VUV costruita fino ad oggi (le più potenti reperibili sul mercato arrivano ad alcuni miliardi di Watt).

  1. “La Sindone è provocazione all’intelligenza. Essa richiede innanzitutto l’impegno di ogni uomo, in particolare del ricercatore, per cogliere con umiltà il messaggio profondo inviato alla sua ragione ed alla sua vita. Il fascino misterioso esercitato dalla Sindone spinge a formulare domande sul rapporto tra il sacro lino e la vicenda storica di Gesù. Non trattandosi di una materia di fede, la Chiesa non ha competenza specifica per pronunciarsi su tali questioni. Essa affida agli scienziati il compito di continuare ad indagare per giungere a trovare risposte adeguate agli interrogativi connessi con questo lenzuolo che, secondo la tradizione, avrebbe avvolto il corpo del nostro Redentore quando fu deposto dalla croce. La Chiesa esorta ad affrontare lo studio della Sindone senza posizioni precostituite, che diano per scontati risultati che tali non sono; li invita ad agire con libertà interiore e premuroso rispetto sia della metodologia scientifica sia della sensibilità dei credenti”.

Tratto dalla omelia di Giovanni Paolo II a Torino il 24 Maggio 1998.

Edito dall’Enea

Unità Comunicazione

Lungotevere Thaon di Revel, 76 – 00196 Roma

www.enea.it

Stampa: Tecnografico ENEA – CR Frascati

Finito di stampare nel mese di

novembre

2011

 http://www.frascati.enea.it/fis/lac/excimer/sindone/Di%20Lazzaro%20-%20colorazione%20simil-sindonica%20-%20ENEA_RT.pdf

LIVELLO ESOTERICO E LIVELLO ESSOTERICO DELLE RELIGIONI

Per capire il mio concetto di esoterismo, connesso, anzi strettamente connesso con la storia delle religioni, voglio cominciare con la lettura della voce “essoterismo” dell’enciclopedia WIKIPEDIA:
L’exoterismo o essoterismo (dal grecoexoterikos, esterno) è il termine con cui, in senso lato, si intendono le dottrine che non hanno carattere segreto o riservato, nemmeno in parte, e la cui conoscenza è accessibile a chiunque.
Si contrappone a esoterico, parola che indica una conoscenza accessibile solo ai cosiddetti iniziati, prevedendo spesso diversi gradi e riti di iniziazione.
Carattere exoterico ed esoterico possono coesistere in una medesima dottrina: invece di escludersi, possono essere complementari. Una medesima dottrina può presentare una componente esoterica e una essoterica, come avviene in alcune tradizioni wiccan; oppure al medesimo insegnamento può essere data un’interpretazione essoterica, aperta a tutti, e una più profonda esoterica, appannaggio dei soli iniziati.
Ho sottolineato il punto centrale del problema: la coesistenza.
Voglio mettere ben in rilievo il fatto che in tutte le religioni coesistono due (almeno 2!) livelli distinti di messaggi e dottrine: uno è quello per così dire “ufficiale” rivolto alla massa, l’altro è quello più o meno nascosto, di cui si possono trovare le “tracce”.
La cosa più interessante, secondo il mio parere, è che il livello essoterico distingue e separa le religioni, mentre quello esoterico le unisce perché presenta una serie di aspetti comuni che formano una specie di retaggio universale.

ZARATHUSTRA/ZOROASTRO – prima parte

Zarathustra, detto dai Greci Zoroastro, è il Profeta fondatore della religione denominata Mazdeismo (o Zoroastrismo).
Una parte del Libro Sacro del Mazdeismo, denominato Avesta, fu redatta secondo la tradizione dallo stesso Zarathustra.
Nessuno può dire con certezza in quale epoca sia vissuto, anche se comunque non dopo il VI secolo prima di Cristo. Le tesi degli studiosi divergono enormemente su questo punto. Anche la collocazione geografica della sua predicazione è poco chiara, ma dovrebbe collocarsi in un’area compresa fra il Turkmenistan e l’Afghanistan.
Le poche notizie veramente storiche sulla sua vita hanno contribuito alla nascita di interpretazioni erronee e di confusioni.
In questo particolare della Scuola d’Atene di Raffaello notiamo che Zoroastro tiene in mano un globo celeste in quanto all’epoca veniva ritenuto il fondatore dell’astronomia. Il rapporto, storicamente infondato, tra Zarathustra e l’astronomia derivava principalmente dal fatto che i Persiani avevano conquistato la Mesopotamia, regione nella quale si erano sviluppate le più antiche dottrine astronomiche.
Notiamo che la sua biografia completa, sia pure ‘leggendaria’ (dal punto di vista del non-credente), si forma nel corso di vari secoli. Non abbiamo fonti scritte coeve o di poco posteriori. Si tratta di un fenomeno di accumulazione progressiva di episodi ed aneddoti che si riscontra anche nelle Vite dei Santi.
La storicità di Zarathustra, quindi, non è accertata e sembra anche difficilmente accertabile, data la scarsità delle fonti. Mircea Eliade ha sostenuto che la sua biografia, in gran parte chiaramente leggendaria,  deriva molto probabilmente dalla trasformazione di un personaggio storico in un “modello esemplare”.
In base alle fonti a disposizione, la nascita di Zarathustra è voluta da Ahura Mazda per redimere il mondo dominato dallo spirito del Male Angra Mainyu. Si capisce subito che il Mazdeismo è una Religione nettamente dualistica: ad una divinità positiva e benefica, Ahura Mazda, si contrappone un essere malvagio. Secondo alcuni studiosi, tra cui A. Brelich, il dualismo mazdeo consiste essenzialmente in una contrapposizione tra vita e non-vita, nel senso che il “bene” viene inteso come “prosperità, salute, fertlità, vita lunga ecc.”. Ma per ora non intendo trattare diffusamente di questo problema.
L’opera redentrice di Zarathustra consiste fondamentalmente in una ‘rivelazione’ il cui scopo è la ‘salvezza’ dell’Umanità.
L’esistenza terrena del Profeta, come in moltissimi altri casi di cui dovrò occuparmi, è piena di episodi miracolosi sin dalla nascita.
Le forze del Male si oppongono tenacemente alla sua nascita e naturalmente anche alla sua predicazione. Egli infatti muore (pare a 77 anni) ucciso da un malvagio oppositore e subito sale in Cielo.
La vita dei Profeti, dei Santi, dei fondatori di Religioni è sempre costellata di episodi miracolosi. Si tratta, infatti, non di ‘storia’ in senso generico, bensì di ‘storia sacra’, posta su un piano di realtà diverso da quello usuale.
Ma è anche caratterizzata da una lotta incessante contro le forze del Male. Quindi si può dire che la componente dualista, sia pure con modalità diverse a seconda dei casi, è universale nel ‘pensiero’ religioso.
Nel caso di Zarathustra, la lotta contro il Male, contro il principio malvagio che si contrappone a quello buono è costante, come costante è il bisogno di  una giustizia divina.  Scrive Eliade: “Zarathustra è ossessionato dal castigo dei malvagi e dalla ricompensa ai virtuosi.”
 
 
Sitografia essenziale:
Libri consigliati per un inquadramento storico-religioso generale:
Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose
Angelo Brelich, Introduzione alla storia delle religioni
 
Prophet or God? 
Strictly speaking he was a prophet, the prophet of the God Ahura Mazda.
Myth or History?
Uncertain. 
Date: 
Uncertain. 
Place:
Uncertain.

SILVESTRO II – LA LEGGENDA NERA DEL PAPA MAGO

Nella navata intermedia destra dell’Arcibasilica Patriarcale di San Giovanni in Laterano si trova un monumento poco noto risalente agli inizi del Novecento. Si tratta del cenotafio del papa Silvestro II (999-1003).

 Cenotafio di Silvestro II

Nel monumento si trova, tra l’altro, un’antica iscrizione attribuita al pontefice Sergio IV (1009-1012)  e dedicata a Silvestro II.

Lapide con l’iscrizione 

 LA STORIA
Silvestro II, al secolo Gerberto di Aurillac, 139º papa della Chiesa Cattolica dal 999 alla morte avvenuta nel 1003, fu il primo pontefice francese.
In un’Europa non ancora pienamente ripresasi dopo il durissimo periodo delle invasioni ungare, saracene e normanne, Gerberto di Aurillac fu uno studioso davvero insaziabile, esperto nelle arti del trivio e del quadrivio, quindi scienziato e nello stesso tempo “umanista” ante litteram. Grazie soprattutto alla sua cultura ritenuta immensa, sebbene fosse di origini non nobili, riuscì a farsi apprezzare dai grandi personaggi del tempo: vescovi, papi e imperatori.
Ciò gli consentì di fare una brillante, anche se non priva di duri contrasti, carriera ecclesiastica e di divenire, nel 999, papa per volontà dell’imperatore Ottone III, di cui era stato fino a quel momento consigliere.
Con Ottone III tentò di realizzare una vera e propria “renovatio imperii”, e cioè, sostanzialmente, una restaurazione del Sacro Romano Impero fondato da papa Leone III e da Carlo Magno. La scelta del nome Silvestro non fu certo casuale. Gerberto si sentiva investito di una missione speciale paragonabile a quella compiuta da papa Silvestro I, il quale secondo la tradizione aveva convertito Costantino il Grande e quindi posto le basi dell’Impero cristiano universale. Con il papa in Laterano e l’imperatore sull’Aventino Roma visse un brevissimo e intenso periodo di rinascita culturale e civile, che si può far rientrare nel quadro generale della cosiddetta “rinascita dell’Anno Mille”. 
Durante il suo breve regno, Silvestro II diede un forte impulso alla “riforma cluniacense” della Chiesa e all’attività missionaria in Europa centro-orientale.
Non riuscì, però, a sottomettere la nobiltà romana, che non sopportava la presenza ingombrante a Roma di Ottone III, il quale fu addirittura costretto ad allontanarsi dall’Urbe insieme al papa.
Dopo la morte di Ottone III nel 1002 Gerberto potè rientrare a Roma, dove ormai aveva ripreso il sopravvento la potente famiglia dei Crescenzi. Silvestro II morì l’anno seguente e con la sua morte svanì, anche se non per sempre, il sogno della “renovatio imperii”.

LA LEGGENDA NERA DEL PAPA-MAGO
Notiamo innanzitutto che l’iscrizione attribuita a Sergio IV non accenna minimamente ai tratti diciamo oscuri di Gerberto di Aurillac. Anzi, è un vero panegirico di Silvestro II.
Comunque, forse già mentre era vivo, ma di sicuro poco dopo la morte si sviluppò attorno alla sua figura una quantità notevole di aneddoti leggendari a sfondo magico e demoniaco. Secondo il grande studioso Arturo Graf, la radice primaria di tali leggende fu la grandissima e quindi sospetta erudizione di Gerberto. Dovette apparire strana a molti intellettuali anche la sua sfolgorante carriera ecclesiastica, davvero eccezionale date le sue origini umili. A questo si devono aggiungere il contatto con la cultura “saracena”, ovviamente sospetta nel mondo cristiano, avvenuto in Catalogna e i molti avversari politici che avevano ostacolato la sua carriera.
Per tutti questi motivi si diffuse la diceria, attestata in molti scrittori posteriori fino al Rinascimento e alla Riforma, secondo la quale Gerberto aveva ottenuto scienza, onori e poteri magici grazie all’aiuto del Demonio.
Una leggenda, attestata da uno scrittore del XIII secolo, dice che poco prima della morte di un papa la lapide di Silvestro II trasuda acqua e dal sepolcro viene un rumore di scricchiolìo di ossa…..
A parte la lapide che trasuda e il patto col diavolo, il punto a mio avviso più interessante della “leggenda nera” del papa-mago Silvestro II è il possesso e l’uso di una specie di testa parlante, che in termini tecnici, come sanno bene gli studiosi di esoterismo, rientra nella tipologia del “golem”.
A questo proposito, lo storico anglo-normanno Guglielmo di Malmesbury (XII secolo) ci racconta che Gerberto possedeva una testa di statua che rispondeva alle sue domande predicendo il futuro.
Il “golem” è un’entità molto particolare, a metà strada fra il mondo animato e quello inanimato. Nasce nella cultura esoterica ebraica. Può essere inteso come una specie di “robot” capace di agire come servo di chi lo ha creato.

LA RIABILITAZIONE
La leggenda nera di Gerberto di Aurillac, confluita anche, naturalmente, nella polemica antipapale protestante, venne confutata dal cardinale Cesare Baronio (1538-1607), erudito e grande studioso di Storia della Chiesa, nell’opera Annales Ecclesiastici, la risposta cattolica alla storiografia riformata. Il Baronio dimostrò che la leggenda era nata da una polemica politico-religiosa ed era priva di fondamento storico.
Per quanto riguarda in particolare le ossa scricchiolanti, dobbiamo subito dire che il cadavere di papa Silvestro II in realtà non esiste più. Nel 1648 (e non, come a volte si legge, nel 1684: si veda Graf, op. cit. nella bibliografia, vol. II, p.  27) il sepolcro venne aperto e a quanto risulta il suo cadavere imbalsamato fu trovato intatto, ma quasi subito a contatto con l’aria si trasformò in sottilissima polvere e svanì…..
Il fatto è molto significativo, anche perché smentisce totalmente la leggenda secondo la quale, in punto di morte, Gerberto si era fatto tagliare le mani con cui aveva compiuto riti satanici e il suo corpo era stato divorato da corvi e da cani.

Sitografia essenziale:
http://www.treccani.it/enciclopedia/silvestro-ii_(Enciclopedia-dei-Papi)/
https://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Silvestro_II
https://it.wikipedia.org/wiki/Golem
http://it.cathopedia.org/wiki/Papa_Silvestro_II#Leggende_sulla_stregoneria

Libri consigliati:
A. Graf, Miti, leggende e superstizioni nel Medioevo
AA. VV., Guida ai misteri e segreti di Roma
C. Rendina, I papi-Storia e segreti
Si veda anche il n. 1 del 2013 della rivista Medioevo-Dossier, dal titolo: “Astri, spiriti e magie-La superstizione nell’età di mezzo”.

MAROMOGIUS: CHI ERA COSTUI?

Maromogius, detto anche Harmogius, Marinogius, Marmogius o Armogius, è una divinità di origine gallo-celtica il cui culto è attestato in una vasta area dell’Europa centro-orientale.
Si tratta di un dio guerriero il cui nome significa più o meno: Il Grande e Potente.
L’evidente latinizzazione del nome deriva dal fatto che il suo culto si mantenne anche nelle regioni conquistate dai Romani.

 

Lezione 3: LA CLASSIFICAZIONE SOCIO-ECONOMICO-CULTURALE

Le Religioni sono state raggruppate anche in base al criterio del tipo di società alla quale appartengono.
Esempio: la Religione antica dei Greci appartiene al gruppo delle Religioni delle civiltà ‘superiori’ perché la civiltà greca possedeva la scrittura, praticava l’agricoltura, aveva grandi centri urbani costruiti in materiale duraturo, era organizzata politicamente ed economicamente eccetera.
Secondo molti studiosi, tra cui il grande Angelo Brelich, ad un certo tipo di struttura politico-sociale corrisponde un certo tipo di Religione. Alla specializzazione dei mestieri e dei ruoli sociali corrisponde un ‘pantheon’ articolato e complesso.
In realtà, questa corrispondenza non è regolare ed organica per un motivo molto semplice: gli studiosi hanno messo in rilievo il fatto che la Religione di un popolo, costituendo la base della sua identità, si modifica relativamente poco nel corso del tempo e comunque mantiene inalterati i tratti essrnziali anche se cambiano le strutture politico-sociali ed economiche.
Dal  mio punto di vista il discorso è un po’ più complesso perché secondo me le Religioni sono astrazioni e la loro storia è in effetti una storia di ‘paradigmi’ che non muoiono mai, ma si mischiano e si contrastano reciprocamente.
Le modificazioni dei tratti religiosi di fatto avvengono, ma soprattutto a causa di intricate dinamiche ‘paradigmatiche’ ed ideologiche.
La Religione romana mantenne inalterati per molti secoli i suoi elementi essenziali, legati a paradigmi ‘primitivi’, anche se variarono le condizioni politiche, sociali ed economiche.
Nello stesso tempo, accolse costantemente credenze e culti provenienti dai popoli con cui i Romani stabilivano relazioni di pace o di guerra. Ovviamente questi popoli stranieri avevano tradizioni diverse e diverse strutture politico-sociali ed economiche.
Quindi viene a cadere la validità del criterio ‘materialista’ in senso lato basato sull’assunto che le Religioni rispecchiano fedelmente le strutture economico-sociali.

Lezione 2: LA CLASSIFICAZIONE DELLE RELIGIONI 

Fondamentalmente, le Religioni vengono classificate in base a due criteri concettuali, basati sulla contrapposizione netta tra:
monoteismo e politeismo;
primitivo e superiore.
Il primo criterio non va bene perché in realtà il paradigma monoteista e quello politeista non sono mai nettamente separati sul piano della realtà storica, come dimostrano una serie di casi di cui si parlerà in seguito.
Il secondo criterio è di tipo evoluzionistico e non va bene perché parte dal presupposto indimostrabile che nella storia delle Religioni vi sia stato un percorso da forme primitive a forme superiori.
L’unico criterio veramente inattaccabile sul piano della concreta realtà storica è quello genetico, nel senso che ogni Religione deriva da un’altra più antica.
Partendo da questo dato di fatto evidente, possiamo facilmente raggruppare le Religioni in ‘famiglie’. Per esempio, le Religioni Ebraica, Cristiana ed Islamica formano una famiglia perché derivano dal comune ceppo denominato ‘abramitico’.