METODO SPERIMENTALE DETTO “DOPPIO CIECO”

Definizione 1:
“Un esperimento in cieco o in doppio cieco è in termini figurativi un modo per definire un esperimento scientifico dove viene impedito ad alcune delle persone coinvolte di conoscere informazioni che potrebbero portare a effetti di aspettativa consci o inconsci, così da invalidarne i risultati. Il doppio cieco (triplo, eccetera) si può prospettare quando vi siano coinvolti, oltre agli sperimentatori, altri soggetti coscienti, tipicamente esseri umani.
Uno studio teso ad evitare risultati potenzialmente aleatori, condotto in doppio cieco è ad esempio uno studio scientifico prospettico teso a valutare le effettive azioni di un dato farmaco o di una terapia in genere non fornendo ad entrambi i protagonisti dello studio, sperimentatore e soggetto, alcune informazioni fondamentali[2] (nello specifico definito studio aleatorizzato in doppio cieco), o dove si chieda ai consumatori di confrontare la qualità di diverse marche di un prodotto, ove l’identità del prodotto sia nascosta ai consumatori e ai ricercatori di mercato.
La particolarità di questo sistema di valutazione sta quindi nel fatto che, nel campo clinico, né il paziente né il medico conoscono la natura del farmaco effettivamente somministrato.[2] Si differenzia quindi dallo studio “in cieco”, dove solo il paziente è all’oscuro del trattamento cui è sottoposto, e dallo studio in triplo cieco, dove anche lo statistico che elabora i dati non può associare un gruppo a un dato farmaco.”
https://it.wikipedia.org/wiki/Doppio_cieco

Definizione 2:
“La procedura del “cieco semplice”, tuttavia, si è dimostrata insufficiente, poiché i risultati possono essere falsati dalla psiche degli stessi sperimentatori. Infatti, questi ultimi, influenzati dalle proprie aspettative, possono involontariamente assumere comportamenti che possono condizionare le reazioni del soggetto, invalidando così l’esperimento. Se ad esempio il medico sperimentatore sa di somministrare il farmaco piuttosto che il placebo, può involontariamente suggestionare il paziente. Analogamente, se lo sperimentatore che studia il rabdomante conosce anticipatamente la posizione dei corsi d’acqua può inavvertitamente fornirgli utili suggerimenti. Per questo motivo, al fine di ottenere risultati attendibili, è necessario che neppure gli sperimentatori conoscano certe informazioni. Nel caso della sperimentazione clinica, quindi, neppure i medici devono conoscere la natura della terapia somministrata e, nel caso del rabdomante, neppure lo sperimentatore deve conoscere la posizione dei corsi d’acqua sotterranei. In questi casi la procedura viene chiamata “doppio cieco” (double-blind control procedure), poiché sia i soggetti esaminati che gli sperimentatori ignorano informazioni importanti che potrebbero influenzare pesantemente i risultati.
La procedura in doppio cieco si è rivelata quindi l’unica strada percorribile per valutare correttamente i risultati di un esperimento in psicologia, parapsicologia e medicina.”
https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=100414

In estrema sintesi: per evitare che determinate informazioni possano influenzare il risultato dell’esperimento, i soggetti coinvolti nello studio, sia gli sperimentatori che i soggetti esaminati, sono tenuti all’oscuro di alcuni dati ritenuti importanti. Naturalmente si parte dal presupposto che proprio quelle determinate informazioni possano incidere sul risultato. Per esempio non viene detto che il farmaco somministrato è in realtà un placebo. infatti è ben noto l’effetto placebo: chi assume un farmaco è di solito portato ad attribuirgli una certa efficacia a priori, per il solo fatto che viene considerato comunemente efficace, e questa convinzione può influire sull’effetto vissuto sul piano soggettivo, indipendentemente dalla reale ed oggettiva efficacia del farmaco.
In psicologia le applicazioni del metodo del “doppio cieco” sono moltissime, praticamente infinite.
A questo proposito, è importante ricordare il cosiddetto “effetto Rosenthal”:
“L’effetto aspettativa, noto anche come effetto Rosenthal, è l’effetto di distorsione dei risultati di un esperimento dovuto all’aspettativa che il ricercatore o i soggetti sperimentali hanno in merito ai risultati stessi. È conosciuto soprattutto nel campo della ricerca medica e nelle scienze sociali, ma può verificarsi in tutte le situazioni sperimentali in cui il fattore umano gioca un ruolo determinante.

L’effetto aspettativa è stato descritto dallo psicologo sociale americano Robert Rosenthal[1][2], che ha ampiamente studiato come le convinzioni degli sperimentatori e dei soggetti sperimentali possano influenzare la realtà e dare origine a una “profezia che si autoavvera”.
https://it.wikipedia.org/wiki/Effetto_aspettativa

LA “REGOLA FONDAMENTALE” DI FREUD

La “regola fondamentale” stabilisce, più o meno, che il paziente deve dire tutto quello che gli passa per la mente durante la seduta.
Leggiamo l’Enciclopedia della Psicoanalisi di Laplanche-Pontalis (1981, p. 495):
“l’analizzato è tenuto a dire ciò che pensa e prova senza scegliere né omettere nulla di ciò che gli viene in mente, anche se ciò gli sembra sgradevole da comunicare, ridicolo, privo di interesse o fuori proposito.”
Vedi anche:
https://it.wikipedia.org/wiki/Attenzione_fluttuante
http://www.psicoanalisi-freudiana.com/
https://www.studenti.it/associazioni_inconscio.html
http://www.lapsicoanalisi.it/psicoanalisi/index.php/che-cose-la-psicoanalisi.html

RIFLESSIONI SUL PROBLEMA DELLA FELICITÀ 

Adottando il criterio dell’evidenza, che si contrappone sempre a quello derivante dalla sovrastruttura ideologica, a mio avviso risulta sufficientemente chiaro che tutte le culture umane hanno elaborato una risposta al problema primario della sofferenza.
Intendo dire che la definizione del concetto di felicità è un prodotto culturale molto posteriore rispetto a quello che evidentemente è stato e rimane tuttora il problema primario, e cioè la sofferenza, appunto.
Quindi penso che l’elaborazione concettuale della felicità, in senso concreto e non astratto, sia dovuta passare per forza attraverso la concettualizzazione preliminare della sofferenza.
La sofferenza è un fenomeno universale.
Ogni essere umano l’ha sperimentata, anzi direi ogni essere vivente, almeno nei limiti del Regno Animale.
Io non so e non posso sapere come, dove e da chi sia stato, per così dire, “inventato” il concetto di felicità.
Ma sono convinto che la prima profonda, concreta, geniale e universalmente valida “soluzione” data al problema della sofferenza è stata quella di Siddharta Gautama nel famoso “discorso di Benares”. Nella sintesi di Siddharta, più noto come “Buddha” (=l’illuminato o lo svegliato a seconda delle traduzioni), è a mio avviso logicamente implicita anche la definizione di felicità per le ragioni che ho prima spiegato.
Emerge chiaramente, nella concezione buddhista originaria, lo strettissimo legame che unisce la felicità all’eliminazione della sofferenza. Solo così
 è possibile affrontare in modo concreto e profondo il problema della felicità.
I grandi maestri delle scuole filosofiche ellenistiche, Epicuro, Pirrone, Zenone di Cizio ed Epitteto, hanno infatti legato strettamente il problema della felicità a quello della sofferenza. Sia pure con alcune evidenti e importanti diversità,  tutte queste scuole filosofiche affermano che la radice primaria della felicità consiste nell’eliminazione del dolore.