TAT-THEMATIC APPERCEPTION TEST

Nell’ambito dei test “proiettivi” della personalità, sicuramente il TAT è in assoluto uno dei più importanti. Dopo il Rorschach è il più usato al mondo per indagare emozioni, atteggiamenti e processi cognitivi. Si basa sulla presentazione al soggetto di figure ambigue, cioè non dotate di un senso definito, su cui devono essere costruite storie. Venne sviluppato negli anni ’30 da Murray e Morgan. ” The rationale behind the technique is that people tend to interpret ambiguous situations in accordance with their own past experiences and current motivations, which may be conscious or unconscious. Murray reasoned that by asking people to tell a story about a picture, their defenses to the examiner would be lowered as they would not realize the sensitive personal information they were divulging by creating the story. …

The subject is asked to tell as dramatic a story as they can for each picture presented, including the following:

  • what has led up to the event shown
  • what is happening at the moment
  • what the characters are feeling and thinking
  • what the outcome of the story was….. Story Design measures the examinee’s ability to identify and formulate a problem situation.….
  • Story Orientation assesses the examinee’s level of personal control, emotional distress, confidence and motivation.
  • Story Solutions assesses how impulsive the examinee is. In addition to evaluating the types of problem solutions that are provided, the number of problem solutions that examinees provide for each of the TAT cards is summed.
  • Story Resolution provides information on the examinee’s ability to formulate problem solutions that maximize both short and long-term goals…. Like other projective techniques, the TAT has been criticized on the basis of poor psychometric properties (see above). Criticisms include that the TAT is unscientific because it cannot be proved to be valid (that it actually measures what it claims to measure), or reliable (that it gives consistent results over time). “

https://en.wikipedia.org/wiki/Thematic_apperception_test

L’INTERPRETATIONE
“There are two basic approaches to interpreting responses to the TAT, called nomothetic and idiographic respectively.
APPROCCIO NOMOTETICO
Nomothetic interpretation refers to the practice of establishing norms for answers from subjects in specific age, gender, racial, or educational level groups and then measuring a given subject’s responses against those norms.
APPROCCIO IDIOGRAFICO
“Idiographic interpretation refers to evaluating the unique features of the subject’s view of the world and relationships. Most psychologists would classify the TAT as better suited to idiographic than nomothetic interpretation.”
CARATTERISTICHE DELLE RISPOSTE:
CONTENUTI, TONO EMOTIVO, COMPORTAMENTO DEL NARRATORE
“In interpreting responses to the TAT, examiners typically focus their attention on one of three areas: the content of the stories that the subject tells; the feeling or tone of the stories; or the subject’s behaviors apart from responses. These behaviors may include verbal remarks (for example, comments about feeling stressed by the situation or not being a good storyteller) as well as nonverbal actions or signs (blushing, stammering, fidgeting in the chair, difficulties making eye contact with the examiner, etc.) The story content usually reveals the subject’s attitudes, fantasies, wishes, inner conflicts, and view of the outside world. The story structure typically reflects the subject’s feelings, assumptions about the world, and an underlying attitude of optimism or pessimism.

Read more: http://www.minddisorders.com/Py-Z/Thematic-Apperception-Test.html#ixzz6Qlcezsms

SORRISO SOCIALE NEL BAMBINO

All’inizio il sorriso del bambino è ENDOGENO,
INVOLONTARIO, NON COMUNICATIVO:
“Questo psicanalista (Spitz) condusse anche degli studi sul sorriso dei neonati ed arrivò alla conclusione che durante i primi due mesi di vita si assiste nei neonati ad un tipo di sorriso involontario che lui definì sorriso endogeno. Si tratterebbe di un sorriso che non viene suscitato da cause esterne ma interne. Il neonato sorride perché avverte uno stato interiore di benessere. Per esempio sorride durante il sonno oppure dopo una poppata. Il sorriso endogeno è dunque un riflesso involontario e non una risposta comunicativa. Invece dal secondo al terzo mese di vita compare il sorriso esogeno, ossia un sorriso che nasce da stimoli esterni. Per esempio se qualcuno gli sorride il neonato sorride di rimando, tuttavia non lo fa ancora a scopo comunicativo ma per pura e semplice imitazione.”
Dal TERZO MESE compare il SORRISO SOCIALE VOLONTARIO, COMUNICATIVO, SELETTIVO
“A partire dal terzo mese di vita compare il sorriso sociale, assolutamente volontario e comunicativo. Il neonato adesso discerne le figure familiari da quelle estranee per cui  non sorride più a tutti indistintamente come faceva in precedenza ma il suo sorriso diventa selettivo, il neonato sceglie consapevolmente a chi sorridere. Dopo il terzo mese se il neonato ci sorride è perché sta sorridendo proprio a noi che in quel momento lo stiamo facendo stare bene. Il sorriso sociale è dunque quel sorriso che permette ai neonati di cominciare ad instaurare le loro prime relazioni e di cominciare a comunicare le loro emozioni.”
(di Maria Grazia Sirni)
https://www.google.com/amp/s/educazioneadaltocontatto.wordpress.com/2018/03/16/tre-diversi-tipi-di-sorrisi-nei-neonati/amp/

PICCOLO DIZIONARIO DI PSICOLOGIA

ATTACCAMENTO “attaccamento In psicologia, legame che unisce il bambino a chi si prende cura di lui. La teoria dell’a. fu formulata alla fine degli anni 1960 e la sua diffusione è legata soprattutto alle opere di J. Bowlby e alla numerosa serie di ricerche a esse ispirata. L’a. viene, in questa prospettiva, definito come una classe di comportamento, sia del bambino sia della madre, che hanno come scopo comune quello di raggiungere e/o mantenere la vicinanza reciproca. Questi comportamenti sono intesi come istintivi, in antitesi sia alle teorie psicanalitiche sia a quelle comportamentistiche (ipotizzando così che la motivazione sociale risultante nei comportamenti di a. sia una motivazione primaria). Appartengono quindi al corredo biologico della specie umana in funzione probabilmente di una ‘protezione dai predatori’ che, in termini di sopravvivenza della specie, riveste un’importanza almeno eguale alla nutrizione e alla riproduzione…. L’inizio del comportamento di a. si verifica nell’uomo generalmente fra i 4 e i 12 mesi, quando il bambino risponde in modo differenziato alla madre e tende a mantenere il contatto con lei.” http://www.treccani.it/enciclopedia/attaccamento

A partire dalla prima metà del 1900 si vedevano già affiorare le prime teorie, più o meno verificate, sul ruolo dell’attaccamento nello sviluppo psico-fisico del bambino, fino ad arrivare agli studi di John Bowlby, considerato ad oggi il padre di questa teoria. Bowlby non è stato il primo ad occuparsi di questi argomenti, anche se inizialmente si rifaceva a studi e ricerche di altri viene comunque considerato il fondatore della teoria dell’attaccamento; questo perché non si è limitato come altri allo studio degli istinti e delle pulsioni, teoria suggerita da S. Freud, nel rapporto madre-bambino. Bowlby ha approfondito l’argomento con studi sperimentali, indagando sulle motivazioni intrinseche che legano il bambino ad una figura primaria, la madre, oltre alla ricerca di cibo. Lo psichiatra inglese notò che il piccolo non ricercava solo il nutrimento e si accorse che il legame, l’attaccamento, era legato alla ricerca di protezione, di serenità, di calore affettivo, di sensibilità da parte della madre. Fu allora che iniziò ad interrogarsi su quali fossero le conseguenze dei diversi tipi d’attaccamento, che identificò come sicuro o insicuro, su quali fossero i meccanismi che si attivano all’interno di questa relazione particolare e, in base a questi meccanismi, quale fosse il modo migliore per dare ai bambini un attaccamento sicuro…. Con il termine attaccamento si fa riferimento al tipo di attaccamento di una persona che può essere sicuro o insicuro. Avere un attaccamento sicuro significa sentirsi sicuri e protetti, mentre avere un attaccamento insicuro implica una moltitudine di emozioni concomitanti e contrastanti verso la propria figura primaria, come possono essere amore, dipendenza, paura del rifiuto, vigilanza e irritabilità…. Si dice che le persone ripropongano spesso situazioni già vissute. Sono stati svolti numerosi studi a favore dell’idea che questo avvenga anche per i comportamenti di attaccamento. Gli adulti ripropongono i modelli di relazione interiorizzati nell’infanzia grazie ai modelli operativi interni…. Tali rappresentazioni mentali conducono le modalità di comportamento in quelle situazioni in cui il soggetto si prende cura di un altro e gli offre protezione….. Sebbene inizialmente l’attaccamento sia stato studiato solo nel corso della prima infanzia, grazie a studi più recenti è stato messo in evidenza che gli stili di attaccamento potevano essere tradotti in corrispondenti pattern negli adulti. Lo strumento principalmente usato per la valutazione dei modelli operativi interni nel soggetto adulto è un’intervista semi-strutturata, somministrabile già a partire dall’adolescenza in cui al soggetto vengono poste alcune domande dirette relative alle sue relazioni da bambino con le proprie figure di attaccamento, mettendo in luce l’influenza esercitata da queste relazioni primarie nello sviluppo: l’Adult Attachment Interview (AAI). i primi legami vengono interiorizzati dal bambino e rielaborati in modelli operativi interni che vanno ad influenzare le esperienze successive le quali potranno essere interpretate sulla base di rappresentazioni interne di sé e degli altri…. Per esplorare in modo sperimentale la questione, la Main e Goldwyn hanno elaborato l’AAI, un’intervista semistrutturata composta da una serie di domande proposte al soggetto in un ordine preciso e prestabilito: nella parte iniziale viene chiesto al soggetto di indicare alcuni aggettivi che possano descrivere il rapporto con ognuno dei genitori durante l’infanzia; per ogni aggettivo viene, inoltre, chiesto di riportare alcuni ricordi che possano esemplificarli. Si chiede poi a quale genitore era più legato da bambino, e se si fosse mai sentito rifiutato da uno dei due o da entrambi. Nella parte conclusiva invece l’accento viene posto sul rapporto che il soggetto ha nel presente con i propri genitori, dando spazio alla descrizione dei cambiamenti nel rapporto. L’intervista pone il soggetto in una condizione in cui c’è il pericolo di contraddirsi o di non riuscire a sostenere le affermazioni precedenti o successive….. Negli ultimi decenni l’Adult Attachment Interview è stato applicato in un numero sempre crescente di studi sulla rappresentazione mentale degli adulti sulle loro esperienze di attaccamento infantile. È stato supposto che la rappresentazione mentale dell’attaccamento di un adulto sia collegata alla rappresentazione dell’attaccamento presente nei suoi stessi figli…. La codifica dell’AAI porta ad una delle tre classificazioni di attaccamento nell’adulto: autonomo (F), distanziante (DS) e preoccupato (E)…. Gli adulti con una classificazione F tendono a valutare le loro relazioni e le loro esperienze di attaccamento in modo coerente, sia quando danno una valutazione positiva, sia quando ne danno una negativa, e considerano queste esperienze importanti per la formazione della loro personalità.….Gli adulti classificati come DS tendono a minimizzare l’importanza che ha avuto l’attaccamento per la formazione delle loro vite o a idealizzare le esperienze avute nell’infanzia senza essere, però, in grado di fornire una descrizione concreta. Gli adulti con la classificazione E tendono a massimizzare l’importanza dell’attaccamento, essi sono ancora molto coinvolti con le loro esperienze passate e non sono in grado di descriverle coerentemente e di riflettere in modo non preoccupato su di esse: ira o passività caratterizzano lo stile di descrizione fornito da questi adulti. Gli adulti con le classificazioni DS ed E sono considerati entrambi insicuri. Una classificazione aggiuntiva riguarda lo stile di attaccamento irrisolto (U), questo tipo di codifica viene usato se l’intervistato mostra segni di traumi irrisolti, solitamente collegati alla perdita della figura di attaccamento…..L’ipotesi che i genitori con bambini con un disturbo psicologico mostrino rappresentazioni più insicure dei loro legami d’attaccamento risulta confermata dai dati raccolti: nel gruppo degli adulti con figli trattati clinicamente i genitori classificati come autonomi sono una minoranza, solo il 14%, mentre il 41% dei genitori è classificato come distanziante e il 45% come spaventato.In sintesi emerge che le distribuzioni AAI nei campioni di madri, padri e adolescenti non clinici sono abbastanza simili tra loro e indipendenti da variazioni cross-culturali.”
(A CURA DI VALENTINA DI DODO)
Per saperne di più: https://www.stateofmind.it/tag/attaccamento/

NOZIONI ESSENZIALI DI PSICOLOGIA DELLO SVILUPPO

Esiste un’età propriamente detta evolutiva, ma tutta la vita di un individuo, dalla nascita alla morte, deve essere considerata come un processo continuo di sviluppo:

” Oggetto di studio della p. dello s. è l’evoluzione psicologica dell’individuo nel corso della sua intera esistenza. La definizione rispecchia il cambio di denominazione della disciplina, prima conosciuta come psicologia dell’età evolutiva o psicologia infantile, sottolineando due aspetti centrali della riflessione in questo ambito, lo studio del cambiamento evolutivo, da una parte, e la sua estensione al ciclo di vita, dall’altra.” http://www.treccani.it/enciclopedia/psicologia-dello-sviluppo_%28Enciclopedia-Italiana%29/

” La psicologia dello sviluppo studia l’evoluzione e lo sviluppo del comportamento umano, dal concepimento alla morte. Si differenzia dalla psicologia dell’età evolutiva, la quale prende in considerazione solo lo sviluppo del bambino.” https://it.wikipedia.org/wiki/Psicologia_dello_sviluppo

“La psicologia dello sviluppo è una disciplina scientifica che rientra nel campo delle scienze psicologiche; essa studia il comportamento dell’essere umano nel corso delle varie fasi di vita e più in particolare si occupa di analizzarne i cambiamenti e le relative cause.
Può essere anche definita ‘psicologia del ciclo di vita’ in quanto prende in considerazione tutte le tappe che caratterizzano la vita di un individuo: infanzia, preadolescenza, adolescenza, età adulta, età anziana. La modificazione comportamentale, intesa come sviluppo, è analizzata a vari livelli: fisico, emotivo, affettivo, cognitivo, relazionale, comportamentale. In altre parole si tratta di una disciplina che studia la maturazione dell’essere umano in funzione del tempo e di processi evolutivi di varia natura (biologici, ambientali ecc.).” https://bolzano.unicusano.it/studiare-a-bolzano/psicologia-dello-sviluppo-e-delleducazione/

Nella loro essenza, la psicologia dello sviluppo e dell’età evolutiva studiano i cambiamenti a livello cognitivo e comportamentale che avvengono nel corso del tempo. Esse naturalmente si preoccupano di studiare come, perché e quando avvengono tali cambiamenti. A questo proposito, una questione molto dibattuta riguarda il peso relativo dell’ambiente e della costituzione ereditaria dell’individuo nel processo di sviluppo.

Lo sviluppo dell’intelligenza secondo J. PIAGET

Il punto essenziale della teoria piagetiana è la differenza qualitativa tra uno stadio di sviluppo e l’altro. Tra il bambino e l’aduto non c’è una differenza quantitativa in termini di nozioni apprese con l’esperienza e a scuola. Si tratta di un modo diverso di pensare. Inoltre, la successione degli stadi di sviluppo è sempre la stessa, anche se i passaggi possono essere rallentati oppure accelerati da fattori esterni.

Piaget dimostrò innanzitutto l’esistenza di una differenza qualitativa tra le modalità di pensiero del bambino e quelle dell’adulto e, successivamente, che il concetto di capacità cognitiva, e quindi di intelligenza, è strettamente legato alla capacità di adattamento all’ambiente sociale e fisico. Ciò che spinge la persona a formare strutture mentali sempre più complesse e organizzate lungo lo sviluppo cognitivo è il fattore d’equilibrio, «una proprietà intrinseca e costitutiva della vita organica e mentale». Lo sviluppo ha quindi un’origine individuale, e fattori esterni come l’ambiente e le interazioni sociali possono favorire o no lo sviluppo, ma non ne sono la causa (al contrario, ad esempio, di ciò che pensa Vygotskij). https://it.wikipedia.org/wiki/Jean_Piaget

“Piaget dimostrò che il pensiero del bambino non è immaturo o incoerente, ma si differenzia da quello dell’adulto in quanto risponde ad altri principi. Il bambino, infatti, tende ad attribuire sensibilità e intenzionalità anche a oggetti inanimati e quindi a interpretare gli eventi fisici come se fossero prodotti volontariamente (animismo). Inoltre, spiega gli eventi naturali e i comportamenti altrui in funzione dei suoi bisogni e desideri. Per esempio, può sostenere che il Sole tramonta affinché venga il buio e lui possa addormentarsi. Osservando il mondo attorno a sé, il bambino riesce a comprendere ciò che accade solo tenendo conto del proprio punto di vista (egocentrismo). Lo sviluppo dell’intelligenza è finalizzato all’adattamento all’ambiente fisico e sociale ed è regolato da due meccanismi: l’assimilazione e l’accomodamento. Tramite l’assimilazione il bambino integra nuove conoscenze in schemi di azione o in strutture conoscitive già formati. Per esempio, un bambino di pochi mesi che vede un oggetto ignoto lo afferra e lo porta alla bocca: applica, cioè, uno schema preesistente a un oggetto nuovo, assimilandolo nello schema. Tramite l’accomodamento, invece, lo schema viene modificato per consentirne l’applicazione a situazioni nuove: il bambino dovrà variare il modo di afferrare l’oggetto perché questo ha una forma diversa rispetto a quelli già noti.” (di Emilio Lastrucci – Enciclopedia dei ragazzi (2006) http://www.treccani.it/enciclopedia/jean-piaget_%28Enciclopedia-dei-ragazzi%29/ )

Gli stadi dello sviluppo intellettuale

L’intelligenza si sviluppa attraverso quattro stadi. Il primo – senso-motorio – va dalla nascita ai 2 anni. Il neonato, utilizzando prima riflessi innati e poi schemi motori elementari, acquisisce le prime abilità fondamentali. Fra i 12 e i 18 mesi diviene consapevole della permanenza degli oggetti, cioè della loro esistenza anche al di fuori del suo campo visivo. Dopo i 18 mesi è in grado di prefigurare gli effetti delle proprie azioni e inizia a sviluppare la capacità simbolica, evidente nel linguaggio ma anche nel gioco.

Nel secondo stadio – quello detto preoperatorio, 2 ai 7 anni – il bambino ragiona per analogia. Per esempio, se un cane lo ha aggredito, penserà che tutti i cani siano aggressivi.

Il terzo stadio – delle operazioni concrete – va dai 7 ai 12 anni. Il bambino inizia a compiere operazioni logiche. Giunge a comprendere la conservazione della quantità (due recipienti, anche di forma diversa, possono contenere la stessa quantità d’acqua) e poi la conservazione dei materiali (una palla di creta si può scomporre in tante palline) e della superficie (alcuni cartoncini occupano la stessa superficie sia sparsi sia uniti in una figura).

L’ultimo stadio è quello delle operazioni formali. Verso i 12 anni il bambino è in grado di compiere ragionamenti astratti. Può usare, per esempio, il principio di transitività («se A è maggiore di B e B è maggiore di C, allora A è maggiore anche di C»). http://www.treccani.it/enciclopedia/jean-piaget_%28Enciclopedia-dei-ragazzi%29/

Lo sviluppo a stadi è, o dovrebbe, essere alla base del sistema educativo formale. Ad ogni stadio deve, o dovrebbe, corrispondere un determinato tipo di didattica, sia in termini dì metodo, sia di contenuti. Sta di fatto, comunque, che la psicologia piagetiana dello sviluppo è stata per molto tempo la base della formazione pedagogica degli insegnanti elementari.

Le fasi psicosessuali di Freud

Dal punto di vista feudiano, gli stadi di sviluppo sono strettamente legati alla libido e agli oggetti libidici. Si tratta di un modello di sviluppo ritenuto universale, anche se può essere modificato da fattori socio-culturali, come è stato dimostrato da alcuni antropologi culturali relativamente al complesso di Edipo.

Sigmund Freud riteneva che l’individuo nel passaggio dall’infanzia all’età adulta procedesse da un’organizzazione primaria a una più complessa, da un funzionamento elementare a uno sempre più articolato. Tutti i fenomeni psichici – dalle emozioni al linguaggio, al sogno – hanno una qualità dinamica e processuale, seppure non lineare. Ciò che è antico non scompare mai del tutto e l’effetto di risignificazione a posteriori (➔) conferisce continuamente nuovo senso alle vicende del passato. Il concetto stesso della struttura composta da Io, Es e Super-Io, così come è inteso nella cosiddetta seconda topica freudiana, prevede un progressivo emergere di Io e Super-Io dall’Es indifferenziato delle origini. L’Io stesso corrisponde a questa dimensione processuale dello sviluppo. L’Io infatti è inizialmente un Io corporeo, derivato dall’Es secondo una modalità per cui i livelli più arcaici continuano a coesistere e interagire con quelli più maturi. I progressi e gli stati di differenziazione possono rivelarsi labili traguardi, che fanno regredire il paziente a stati e modi più o meno stabili di funzionamento precedente.http://www.treccani.it/enciclopedia/processo-di-sviluppo-in-psicoanalisi_%28Dizionario-di-Medicina%29/

La sequenza completa è composta da 5 fasi: orale, anale, fallica, di latenza e genitale. Le prime tre sono quelle più importanti e delicate dal punto di vista della maturazione della sessualità.

Freud individua nella sessualità (➔) una sequenza di fasi (orale, anale, fallica) caratterizzate dall’investimento della libido su particolari zone erogene: organi e funzioni corporee che progressivamente assumono significato nei rapporti e nella dimensione intrapsichica del bambino. Così, progressivamente, ci si avvia alla fase genitale matura, che prevede non il superamento, ma l’integrazione psicofisica di tutte le tappe precedenti. Ogni tappa è significativa non tanto per le zone corporee che di volta in volta prendono la leadership della sensorialità e del piacere, ma soprattutto per lo stile relazionale che le contraddistingue. Tale teorizzazione è oggi considerata troppo schematica e troppo sbilanciata sul versante del p. di s. del maschio; tuttavia conserva una sua utilità per individuare i punti di fissazione o di regressione di alcune patologie, per es. l’impulsività orale dell’isterico, il carattere anale del controllo ossessivo, la qualità fallica dell’esibizione e della prepotenza. La psicoanalisi moderna ha inoltre messo in evidenza che la problematicità del processo di sviluppo nel rapporto con l’altro non è guidato solo dalla libido, ma anche e soprattutto dalle vicissitudini dell’aggressività. Quando una tappa della crescita appare troppo minacciosa, è la paura di distruggere e di essere distrutti che può provocare la soluzione di retroguardia della regressione e fissazione a fasi e livelli precedenti.http://www.treccani.it/enciclopedia/processo-di-sviluppo-in-psicoanalisi_%28Dizionario-di-Medicina%29/

La teoria di Melanie Klein accentua l’importanza e le conseguenze dell’innata aggressività del bambino, messa in rilievo dall’allievo di S. Freud Karl Abraham:

” Secondo il modello kleiniano, inizialmente il bambino incontra in fantasia solo oggetti parziali. In questa prima posizione (così come la chiama Klein, anziché fase), la più primitiva e detta schizoparanoide, il p. di s. è caratterizzato dal rapporto del bambino con oggetti parziali, caricati da proiezioni massicce e da angosce di persecuzione, come conseguenza della paura di rappresaglia per la propria aggressività (➔ identificazione proiettiva). La fase successiva, detta depressiva – più matura – corrisponde invece alla capacità del bambino di stare in rapporto con l’oggetto intero, cioè con la persona nella sua specificità e completezza. Nella posizione depressiva il bambino può provare senso di colpa, dispiacere per i danni reali o immaginari causati dalla propria aggressività e anche il desiderio di porvi riparo (➔ riparazione e riconciliazione). Le angosce di tale fase vengono dette appunto angosce depressive.” http://www.treccani.it/enciclopedia/processo-di-sviluppo-in-psicoanalisi_%28Dizionario-di-Medicina%29/

M. Klein usa il termine posizione al posto di fase per sottolineare la reversibilità del processo di sviluppo, nel senso che le due posizioni di base possono ripresentarsi e coesistere anche nella vita dell’adulto.

La teoria dello sviluppo di M. Mahler

” Margaret Mahler – pediatra e psicoanalista – ha formu;lato un modello dello sviluppo ancora oggi molto utilizzato, che parte da un lato dalle osservazioni del rapporto madre-bambino nella prima infanzia, dall’altro dalle sue esperienze con pazienti psicotici. Mahler descrive uno stato iniziale di autismo fisiologico caratterizzato da un vissuto di simbiosi (➔) tra madre e bambino; progressivamente, se l’ambiente familiare è favorevole, nell’arco che va dai 4 ai 36 mesi si arriva alla fase di separazione-individuazione, nella quale il piccolo impara a parlare, camminare, delimitare la propria individualità. La modalità detta simbiotica del rapporto non si estingue mai completamente e può riaffiorare in circostanze normali (il rapporto con i propri figli) e patologiche (come la regressione psicotica).” http://www.treccani.it/enciclopedia/processo-di-sviluppo-in-psicoanalisi_%28Dizionario-di-Medicina%29/

APPRENDIMENTO

“Nella ricerca sia psicologica sia etologica, acquisizione persistente di modificazioni del comportamento, dal semplice condizionamento di riflessi primari fino a forme complesse di organizzazione delle informazioni, determinate dall’esperienza del soggetto, piuttosto che da un controllo genetico.” http://www.treccani.it/enciclopedia/apprendimento

” In generale si può definire l’ apprendimento come una modificazione comportamentale che consegue a, o viene indotta da, un’interazione con l’ambiente ed è il risultato di esperienze che conducono allo stabilirsi di nuove configurazioni di risposta agli stimoli esterni.
https://www.stateofmind.it/tag/apprendimento/

” In psicologia cognitiva l’apprendimento consiste nell’acquisizione o nella modifica di conoscenze, comportamenti, abilità, valori o preferenze e può riguardare la sintesi di diversi tipi di informazione.” https://it.wikipedia.org/wiki/Apprendimento

In base alle definizioni, risulta evidente che l’apprendimento è innanzitutto una “modificazione” che può riguardare sia il comportamento in senso stretto, sia le conoscenze del soggetto in generale. L’apprendimento costituisce una necessità vitale per gli animali detti “superiori”, ma è stato riscontrato persino in organismi unicellulari. In ogni caso, nei mammiferi e soprattutto nella specie umana l’apprendimento è estremamente sviluppato. Nell’uomo la superiore capacità di apprendimento è legata al maggiore sviluppo delle aree associative cerebrali.

” Esistono molteplici teorie dell’a. che possono essere raggruppate in tre grandi classi: teorie comportamentiste, cognitiviste e formaliste.”  http://www.treccani.it/enciclopedia/apprendimento

Le teorie comportamentiste si basano sul principio dell’associazione di uno stimolo ad una risposta. Il condizionamento “classico” di Pavlov si basa sull’associazione tra uno stimolo incondizionato, come il cibo, ad uno stimolo condizionato, che può essere un campanello. Dopo una serie di associazioni ripetute, la presentazione dello stimolo condizionato produce da sola la stessa risposta (salivazione) prodotta dallo stimolo incondizionato. La risposta allo stimolo incondizionato è innata, la risposta allo stimolo condizionato è appresa. In questo caso la risposta è fisiologica, ma si possono produrre risposte anche di altro genere, per esempio una reazione di ansia con lo stesso principio metodologico di base. Sempre con il metodo del condizionamento, si può sviluppare sperimentalmente nell’animale la cosiddetta “impotenza appresa”: l’animale viene posto in una condizione in cui apprende ad associare uno stimolo (per esempio un suono) ad un evento doloroso (per esempio una scossa elettrica), ma gli viene impedita la possibilità di evitare l’evento doloroso. L’animale diventa passivo anche rispetto a successive situazioni simili. Ovviamente l’impotenza appresa fornisce utili indicazioni psicopedagogiche ed anche psicoterapeutiche. In generale, si è visto che i risultati della terapia cognitivo-comportamentale, basata sui principi dell’apprendimento, sono piuttosto buoni soprattutto nei disturbi ansioso-depressivi. Questo significa che, a prescindere dalla disposizione ereditaria (la cui importanza è stata ampiamente dimostrata), anche l’apprendimento esercita una certa influenza sullo sviluppo di sindromi depressive e ansiose. E proprio sull’apprendimento si basa fondamentalmente la suddetta terapia cognitivo-comportamentale.


I MECCANISMI DI DIFESA

Partiamo dalla definizione di Cramer:
“Con il termine meccanismo di difesa ci riferiamo a un’operazione mentale che avviene per lo più in modo inconsapevole, la cui funzione è di proteggere l’individuo dal provare eccessiva ansia. Secondo la teoria psicoanalitica classica, tale ansia si manifesterebbe nel caso in cui l’individuo diventasse conscio di pensieri, impulsi o desideri inaccettabili. In una moderna concezione delle difese, una funzione ulteriore è la protezione del Sé – dell’autostima e, in casi estremi, dell’integrazione del Sé” (Cramer, 1998)”
http://www00.unibg.it/dati/corsi/40018/69947-Meccanismi%20di%20difesa.pdf
Si tratta di un’operazione (per lo più) inconsapevole; serve a proteggere dall’ansia; secondo la teoria freudiana classica, l’ansia scatta nel momento in cui si diventa consci di pensieri, impulsi o desideri inaccettabili; secondo una concezione più moderna, serve a proteggere anche l’autostima.
Definizione di Wikipedia:
“Un meccanismo di difesa, nella teoria psicoanalitica, è una funzione propria dell’Io attraverso la quale questo si protegge da eccessive richieste libidiche o da esperienze di pulsioni troppo intense che non è in grado di fronteggiare direttamente.”
https://it.wikipedia.org/wiki/Meccanismo_di_difesa
Si tratta di una funzione dell’Io; protegge da eccessive richieste libidiche o da pulsioni troppo intense: anche in questa definizione il mondo esterno è assente. Tutto nasce e si sviluppa all’interno della psiche.
Però la stessa Wikipedia amplia poco dopo il discorso ed emerge l’ambiente:
“Per estensione in psicologia si intendono tali tutti i meccanismi psichici, consci e inconsci, messi in atto dall’individuo per proteggersi da situazioni ambientali, esistenziali e relazionali dolorose o potenzialmente pericolose.”
https://it.wikipedia.org/wiki/Meccanismo_di_difesa
Quindi la difesa si attiva in seguito a minacce sia interne, sia esterne:
“metodo mobilitato dall’Io in risposta al proprio segnale di pericolo, cioè l’ansia, quale protezione da minacce interne ed esterne.”
https://www.psicologionline.net/dizionario-glossario-psicologia/dizionario-psicologia-m
Ciò su cui le varie definizioni concordano è innanzitutto il fatto che il meccanismo difesa è una funzione propria dell’Io.
Ma che cos’è l’Io?
“Sigmund Freud, iniziatore del movimento psicoanalitico, considerava l’Io (in tedesco Ich) come un’istanza psichica, vale a dire una struttura organizzatrice che ha il compito di mediare pulsioni ed esigenze sociali, rappresentate da altre due istanze in conflitto fra loro (l’Es e il Super Io).”
https://it.wikipedia.org/wiki/Io_(psicologia)
“Nell’ambito della psicologia psicoanalitica, il termine Io designa le parti organizzate dell’apparato psichico, in contrasto con l’Es non organizzato.
La nozione di Io si specifica, tuttavia, in Freud, a partire dalla svolta rappresentata dall’apparato concettuale espresso nella seconda topica. Da questo punto di vistà, l’Io è un’istanza in parte conscia, in parte inconscia, in una relazione di dipendenza dall’Es, in quanto serbatorio energetico-pulsionale, dagli imperativi del Super-Io e dalle esigenze della realtà.”
https://www.psiconline.it/le-parole-della-psicologia/io.html
Insomma: l’Io, in parte inconscio, ha la funzione essenziale di mediare fra esigenze contrastanti poste dalle pulsioni interne, dal Super-io e dalla realtà. La mediazione non è certo facile, anzi, e da questa difficoltà si sviluppa il meccanismo di difesa.
Una cosa mi pare evidente: il meccanismo psichico difensivo non risolve il problema alla radice, sia esso derivante dall’interno o dall’esterno. La volpe della favola di Esopo che svaluta l’uva che non riesce a prendere non soddisfa la sua voglia. Sul piano strettamente pratico non ottiene nulla. Però un risultato l’ottiene: diminuisce il valore psichico del suo desiderio svalutando l’oggetto, il che non è poco. Naturalmente lo stratagemma funziona a condizione che la volpe non ne sia consapevole (molto difficile, dato il soggetto).

I meccanismi di difesa non possono essere considerati, in generale, come un fenomeno “patologico”. La questione è abbastanza complessa, tenendo anche conto del fatto che la differenza fra normalità e patologia è molto spesso una questione di grado. In alcuni casi, tali meccanismi non soltanto non sono patologici, ma sono anche altamente adattativi. Un esempio è la sublimazione:

In psicoanalisi, la sublimazione è un meccanismo che sposta una pulsione sessuale o aggressiva verso una meta non sessuale o non aggressiva. Questo consente una valorizzazione a livello sociale delle pulsioni sessuali o aggressive nell’ambito della ricerca, delle professioni o dell’attività artistica, fino alla vita religiosa e spirituale.” (https://it.wikipedia.org/wiki/Sublimazione_(psicologia)

” In psicanalisi, termine introdotto da S. Freud (ted. Sublimierung) per indicare la trasformazione di impulsi istintuali primitivi, soprattutto sessuali, a livelli superiori e socialmente accettabili, e comunque di carattere non sessuale, come processo prevalentemente inconscio operante nella produzione artistica e creativa e nella sfera religiosa.” http://www.treccani.it/vocabolario/sublimazione/

DA IPPOCRATE AI “BIG FIVE”-BREVE STORIA DELLA PERSONOLOGIA


Nel mondo greco-romano la teoria fondamentale della personalità, elaborata dalla scuola ippocratica e ripresa da Galeno, si basava sui 4 temperamenti, corrispondenti alla prevalenza di uno dei 4 umori fondamentali, collegati ai 4 elementi: flemmatico (flegma-acqua), melanconico (bile nera-terra), sanguigno (sangue-aria) e collerico (bile gialla-fuoco).
Oltre alla teoria degli “umori”, il mondo antico ha concepito l’esistenza di una notevole quantità di tipologie caratteriali, così individuate dal discepolo di Aristotele Teofrasto in base a trenta caratteristiche o tendenze morali:
I. La simulazione
II. L’adulazione
III. Il ciarlare
IV. La zotichezza
V. La cerimoniosità
VI. La dissennatezza
VII. La loquacità
VIII. Il raccontar fandonie
IX. La spudoratezza
X. La spilorceria
XI. La scurrilità
XII. L’inopportunità
XIII. Lo strafare
XIV. La storditaggine
XV. La villania
XVI. La superstizione
XVII. La scontentezza
XVIII. La diffidenza
XIX. La repellenza
XX. La sgradevolezza
XXI. La vanagloria
XXII. La tirchieria
XXIII. La millanteria
XXIV. La superbia
XXV. La codardia
XXVI. Il conservatorismo
XXVII. La goliardia tardiva
XXVIII. La maldicenza
XXIX. La propensione per i furfanti
XXX. L’avarizia
Bisogna subito notare che i caratteri di Teofrasto sono tutti legati a tendenze morali negative, derivanti dalle riflessioni di Platone e di Aristotele sulla virtù, riscontrabili nella complessa vita sociale di Atene nel IV secolo a. C. e come tali utilizzati anche da drammaturghi come Menandro.
https://it.wikipedia.org/wiki/Teofrasto#I_Caratteri
Tornando allo schema ippocratico-galenico, ben più importante e fecondo sul piano epistemologico, risulta evidente la connessione strettissima fra soma e psiche, fra caratteristiche fisiologiche dell’organismo e caratteristiche psicologiche.
Questo legame stretto fra soma e psiche si ritrova nelle teorie “costituzionali” della personalità sviluppate nel Novecento da Kretschmer e Sheldon. La teoria di Ivan Pavlov -basata sull’osservazione delle risposte dei cani al processo di condizionamento- rappresenta in un certo senso una novità perché collega tutti i processi psichici a tre dimensioni di base del sistema nervoso e non dell’organismo nel suo complesso: forza, equilibrio e mobilità. Sulla base di queste tre disposizioni di base possono manifestarsi 4 tipi: forte-squilibrato, forte-equilibrato, forte-equilibrato-mobile, forte-equilibrato-inerte e debole, corrispondenti ai temperamenti ippocratici: collerico, sanguigno, flemmatico e melanconico. Gli allievi di Pavlov hanno poi esteso all’uomo la teoria del maestro, influenzando soprattutto la psicologia russa.
La tipologia junghiana si basa, invece, sulla disposizione dicotomica fondamentale estroverso/introverso e sulla combinazione tra la disposizione fondamentale e una delle 4 “funzioni psichiche”: pensiero, sentimento, sensazione e intuizione. Le prime due sono “razionali”, le seconde “irrazionali”. In tal modo possono venire a formarsi 8 tipi psicologici.
Il limite principale di tutte queste teorie, pur diverse, della personalità, da Ippocrate a Jung, consiste nel fatto che ciascun individuo viene fatto rientrare in una determinata e fissa tipologia specifica.
L’evidente ed estrema variabilità individuale ha posto l’esigenza di spostare l’analisi dai “tipi” ai “tratti”. I tratti, secondo la definizione oggi prevalente, sono modalità costanti di atteggiamenti, pensieri e comportamenti che, pur essendo universali, sono presenti in misura diversa in ciascun individuo.
Raymond Cattell, un pioniere, insieme a Gordon Allport, della teoria dei tratti, individuò ben 16 fattori dicotomici fondamentali della personalità:

A = Espansività
B = Ragionamento
C = Stabilità emozionale
E = Dominanza

F = Vivacità
G = Coscienziosità
H = Audacia sociale
I = Sensibilità
L = Vigilanza
M = Astrattezza

N = Prudenza
O = Apprensività
Q1 = Apertura al cambiamento
Q2 = Fiducia in sé
Q3 = Perfezionismo
Q4 = Tensione

https://www.giuntipsy.it/catalogo/test/16pf-5

I risultati di Allport e di Cattell si basavano su uno studio molto accurato del lessico (“approccio lessicografico”), nel senso che si cercavano nel lessico tutti i termini che definiscono la personalità, che poi venivano sottoposti ad un’analisi statistica di tipo fattoriale. L’analisi fattoriale consiste, in sostanza, nella ricerca di una struttura di base latente rispetto alla massa dei dati raccolti, partendo dalle correlazioni fra i dati stessi. Questo tipo di analisi ha avuto una grandissima importanza anche nello studio dell’intelligenza perché ha consentito di inviduarne le caratteristiche generali attraverso lo studio delle correlazioni tra i singoli “item” nei test.
Questo metodo fu usato da Cattell per arrivare ai suoi 16 fattori. Egli chiese ad un gruppo di soggetti di valutare persone conosciute sulla base di insiemi di termini (“clusters”), già elaborati da Allport, e poi sottopose i risultati all’analisi fattoriale.
Successivamente, anche Eysenck ha utilizzato l’analisi fattoriale per elaborare la sua teoria della personalità, che riprende l’antica teoria umorale.
Gli ulteriori studi fattoriali hanno portato alla diminuzione dei super-fattori, che oggi sono cinque, gli ormai famosi “big five”.
A questo punto si pone una domanda: si può ridurre la personalità di ciascun individuo a cinque soli fattori fondamentali? Più precisamente, si può dire che tutte le definizioni linguistiche della personalità, sedimentate nel corso dei secoli, si concentrano attorno a cinque dimensioni dicotomiche, come per esempio estroversione/introversione?
A quanto pare, sì. Tanti sono i modi che la lingua ci offre per definire il modo di essere, di pensare e di comportarsi di una persona. Tutte le persone nuove che conosciamo suscitano in noi una serie di reazioni che possono essere negative o positive a seconda dei casi. Una prima, immediata impressione ci porta a classificarle in base al criterio simpatia/antipatia e molto presto le definizioni si allargano e si precisano sempre di più. Ma per quanto le definizioni possano essere varie, a livello linguistico si possono individuare, mediante l’analisi fattoriale, 5 fondamentali definizioni dicotomiche o bipolari che utilizziamo tutti per valutare una persona. Così è nato il modello detto dei “big five”.
“I punti di partenza di questa teoria sono:
L’approccio fattoriale proposto da Hans Eysenck, che identifica le dimensioni caratterizzanti le differenze individuali attraverso analisi statistiche di tipo fattoriale.
La teoria della sedimentazione linguistica elaborata da Raymond Cattell: questi studi hanno considerato il vocabolario della lingua quotidiana come un serbatoio di descrittori delle differenze individuali.”
https://it.wikipedia.org/wiki/Big_Five_(psicologia)

Una serie di studi di tipo fattoriale, basati su materiale lessicografico in più lingue, hanno in effetti confermato in modo costante l’esistenza di cinque grandi fattori della personalità, noti da tempo con l’espressione “big five”. I risultati si sono dimostrati affidabili e replicabili e questo spiega la grande diffusione di questo modello.
“Da queste linee teoriche di partenza, McCrae e Costa postulano 5 grandi dimensioni (Big Five) di personalità: l’estroversione-introversione, gradevolezza-sgradevolezza, coscienziosità-negligenza, nevroticismo-stabilità emotiva, apertura mentale-chiusura mentale (Goldberg, 1993). Tali dimensioni sono state individuate a partire da studi psicolessicali, secondo i quali l’uomo ha codificato in forma verbale tutte le esperienze significative per la comunità comprese, in questo caso, parole che si riferiscono alle differenze individuali: le 5 dimensioni elencate, quindi, corrisponderebbero alle macro-categorie più usate, nel linguaggio, per descrivere le diversità tra individui.”
https://it.wikipedia.org/wiki/Big_Five_(psicologia)
Così Luccio e Rovera descrivono i big five:
“I sorgenza (loquace, socievole, avventuroso, aperto);
II gradevolezza (bonario, cooperativo, gentile);
III coscienziosità (responsabile, scrupoloso, perseverante, ordinato);
IV stabilità (calmo, tranquillo, disteso);
V cultura (intellettuale, artistico, fantasioso, elegante).”
(Riccardo Luccio e Gian Giacomo Rovera, in http://www.treccani.it/enciclopedia/personalita_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/).
Non mancano certo i dubbi e le difficoltà: “Ci si è spesso chiesti se effettivamente siano sufficienti questi cinque fattori per descrivere la personalità, se essi non siano troppo generali per essere utilizzabili e se non lascino fuori aspetti rilevanti della personalità che non vengono però colti nell’interazione sociale. Di fatto, come nota Goldberg, i big five consentono di rispondere alle cinque domande che ogni persona si pone quando deve interagire con un’altra, cercando di prevederne il comportamento e di regolarsi di conseguenza: è un individuo dominante o sottomesso? È gradevole? Posso fare affidamento su di lui? È prevedibile o è ‘pazzo’? È acuto o sciocco?” (ib.)
http://www.treccani.it/enciclopedia/personalita_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/

I super-fattori 1 (estroversione/introversione) e 4 (stabilità/nevroticismo) coincidono con le due dimensioni del modello di Eysenck, basato sulle proprietà costituzionali del sistema nervoso in termini di eccitazione/inibizione e rappresentabili su assi ortogonali. I due assi ortogonali producono 4 quadranti, che corrispondono ai 4 temperamenti fondamentali della tradizione ippocratico-galenica: flemmatico, melanconico, sanguigno e collerico.
In questo modo l’introverso stabile è flemmatico, l’introverso nevrotico è melanconico, l’estroverso stabile è sanguigno e l’estroverso instabile è collerico.

INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELL’ISTERIA

PREMESSA GENERALE

L’isteria ha una lunghissima storia “nosografica” che parte addirittura dall’antico Egitto. Essa ha anche avuto un ruolo fondamentale nella nascita della psicoanalisi.
Ma oggi, fondamentalmente, più che un disturbo mentale specifico, essa viene considerata come un complesso di manifestazioni sia somatiche, quali convulsioni, dispnea, anestesie, paralisi, sia psichiche, come la dissociazione.
L’isteria non ha più uno statuto di disturbo mentale a sé stante, essendo la sua sintomatologia suddivisa in due classi di disturbi clinici distinti:
i disturbi somatomorfi, intesi come sintomi fisici privi di base organica e quindi di natura psicogena;
i disturbi dissociativi, che consistono in una perdita della funzione integrativa della coscienza, della memoria e della percezione.
Questa scelta nosologica fatta dall’American Psychiatric Association nel “Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali” (DSM) ha suscitato alcuni dissensi, ma è comunque quella oggi prevalente.
Collegato all’isteria viene considerato anche il disturbo istrionico di personalità, caratterizzato da “un persistente e pervasivo quadro di emotività eccessiva e di ricerca di attenzione”, da sempre ritenute tipiche manifestazioni isteriche. Bisogna precisare che rispetto ai disturbi clinici veri e propri, in generale i disturbi di personalità devono essere considerati come un’esasperazione dei cosiddetti “tratti di personalià”, intesi come “modi costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di se stessi”.
Tralasciando il discorso della “malattia” e del “disturbo mentale” in senso oggettivo, sul piano soggettivo il disturbo di personalità (asse 2 del DSM) si distingue dal disturbo clinico (asse 1) anche perché di solito tale tipo di disturbo è “egosintonico”: il soggetto lo considera come un suo peculiare modo di essere o stile di vita e non come una patologia. Per evitare equivoci, l’espressione “egosintonico” non va collegata in modo semplicistico all’idea di “benessere”. Si tratta più precisamente dell’atteggiamento del soggetto nei confronti dei propri sintomi:

In psicologia si dice egosintonico un qualsiasi comportamento, sentimento o idea che sia in armonia con i bisogni e desideri dell’Io, o coerente con l’immagine di sé del soggetto. I sintomi delle patologie psichiatriche possono essere egosintonici oppure non esserlo. In genere i sintomi dei disturbi di personalità sono egosintonici (la persona si sente in sintonia coi sintomi, quindi non prova disagio, e sono ritenuti da essa coerenti col resto della personalità). L’opposto del termine è egodistonico. “Egosintonico” è stato introdotto come termine nel 1914 da Freud in Introduzione al narcisismo, ed è rimasto una parte importante del suo apparato concettuale” https://it.wikipedia.org/wiki/Egosintonico

Per capirlo potrebbe bastare l’esempio del disturbo paranoide di personalità: il soggetto non è minimamente consapevole dell’assurdità delle sue paranoie perchè se lo fosse non sarebbe veramente “disturbato”. Semmai, il paranoide fa star male gli altri.
Nel caso dei disturbi clinici, invece, il soggetto generalmente sta male e ne è pienamente consapevole, al punto che cerca di uscire in un modo o nell’altro dalla sua situazione. Tale è il caso, ad esempio, di chi ha paura dell’aereo e quindi non può prenderlo neanche quando gli servirebbe (la fobia è classificata tra i disturbi d’ansia, nell’ambito dell’asse 1, “disturbi clinici”), ma per questo si sente menomato e tende a cercare, almeno a parole, una soluzione del problema.
Tornando al disturbo istrionico di personalità, risulta evidente che si tratta di un modo costante e pervasivo di pensare e di agire sicuramente disadattivo, ma comunque, nonostante le conseguenze negative che comporta, non spinge il soggetto a cambiare. Anzi, l’istrionico tende a considerare se stesso come una persona molto speciale e quindi sotto certi aspetti persino superiore alla media.
Lo stesso discorso non si può fare, ovviamente, nel caso dei disturbi clinici (tra i quali rientrano i disturbi somatoformi e quelli dissociativi), che comportano un vissuto soggettivo di disagio evidente e a volte grave.

Il disturbo isterico, che come tale non è più considerato nel DSM, e il disturbo istrionico costituscono due gradi distinti dello stesso quadro psicopatologico generale ed infatti presentano molti punti in comune: per esempio la labilità emotiva e il bisogno di attenzione. Tuttavia il disturbo istrionico viene considerato più gave. Secondo la classificazione di Kernberg, l’isterico rientra nell’organizzazione di personalità nevrotica, l’istrionico in quella borderline (Lingiardi, p. 261). Sempre secondo Kernberg, il nevrotico si caratterizza per la capacità di tollerare l’angoscia e per un intatto esame di realtà e un buon grado di adattamento (ib. p. 263), mentre nello psicotico l’esame di realtà e l’adattamento sono gravemente compromessi. L’area borderline costituisce, come fa capire il termine stesso, una sorta di via di mezzo, un’area di confine tra i due livelli nevrotico e psicotico.
Si veda.
https://it.wikipedia.org/wiki/Disturbo_di_personalit%C3%A0
Bibliografia:
V. Lingiardi, I disturbi di personalità, ed. il Saggiatore, 2001


ETIMOLOGIA
La parola “isteria”, che denota una particolare “nevrosi” detta anche “nevrosi isterica”, deriva dal greco ὑστέρα (hystera), sostantivo femminile della prima declinazione che significa utero. Questo sostantivo è chiaramente collegato all’aggettivo ὕστερος (hysteros) che secondo l’imprescindibile vocabolario di Lorenzo Rocci può significare, fra le altre cose, “inferiore”. Quindi la parola ὑστέρα (hystera) è legata alla posizione dell’utero nel corpo femminile. Altri l’interpretano nel senso di una parte protuberante rispetto alla linea del corpo e quindi la collegano al ventre sporgente della donna. Comunque, questa “malattia” è stata per tradizione considerata tipicamente femminile, anche se in effetti risulta ampiamente dimostrato che non è esclusiva delle donne.
In latino, però, la parola “uterus” è di genere maschile e pare strettamente collegata al greco ὕδερος (hyderos), sostantivo maschile che significa idropisia, rigonfiamento od accumulo di liquido. Altri (cfr. Zingarelli) la collegano ad “uter, utri”, sostantivo maschile che significa otre e quindi contenitore
Per l’etimologia:
https://en.wiktionary.org/wiki/%E1%BD%91%CF%83%CF%84%CE%AD%CF%81%CE%B1
Bibliografia.
L.Rocci, Vocabolario greco-italiano
Castigioni-Mariotti, Il -Vocabolario della lingua latina

http://massolopedia.it/curriculum-vitae-2/

METODO SPERIMENTALE DETTO “DOPPIO CIECO”

Definizione 1:
“Un esperimento in cieco o in doppio cieco è in termini figurativi un modo per definire un esperimento scientifico dove viene impedito ad alcune delle persone coinvolte di conoscere informazioni che potrebbero portare a effetti di aspettativa consci o inconsci, così da invalidarne i risultati. Il doppio cieco (triplo, eccetera) si può prospettare quando vi siano coinvolti, oltre agli sperimentatori, altri soggetti coscienti, tipicamente esseri umani.
Uno studio teso ad evitare risultati potenzialmente aleatori, condotto in doppio cieco è ad esempio uno studio scientifico prospettico teso a valutare le effettive azioni di un dato farmaco o di una terapia in genere non fornendo ad entrambi i protagonisti dello studio, sperimentatore e soggetto, alcune informazioni fondamentali[2] (nello specifico definito studio aleatorizzato in doppio cieco), o dove si chieda ai consumatori di confrontare la qualità di diverse marche di un prodotto, ove l’identità del prodotto sia nascosta ai consumatori e ai ricercatori di mercato.
La particolarità di questo sistema di valutazione sta quindi nel fatto che, nel campo clinico, né il paziente né il medico conoscono la natura del farmaco effettivamente somministrato.[2] Si differenzia quindi dallo studio “in cieco”, dove solo il paziente è all’oscuro del trattamento cui è sottoposto, e dallo studio in triplo cieco, dove anche lo statistico che elabora i dati non può associare un gruppo a un dato farmaco.”
https://it.wikipedia.org/wiki/Doppio_cieco

Definizione 2:
“La procedura del “cieco semplice”, tuttavia, si è dimostrata insufficiente, poiché i risultati possono essere falsati dalla psiche degli stessi sperimentatori. Infatti, questi ultimi, influenzati dalle proprie aspettative, possono involontariamente assumere comportamenti che possono condizionare le reazioni del soggetto, invalidando così l’esperimento. Se ad esempio il medico sperimentatore sa di somministrare il farmaco piuttosto che il placebo, può involontariamente suggestionare il paziente. Analogamente, se lo sperimentatore che studia il rabdomante conosce anticipatamente la posizione dei corsi d’acqua può inavvertitamente fornirgli utili suggerimenti. Per questo motivo, al fine di ottenere risultati attendibili, è necessario che neppure gli sperimentatori conoscano certe informazioni. Nel caso della sperimentazione clinica, quindi, neppure i medici devono conoscere la natura della terapia somministrata e, nel caso del rabdomante, neppure lo sperimentatore deve conoscere la posizione dei corsi d’acqua sotterranei. In questi casi la procedura viene chiamata “doppio cieco” (double-blind control procedure), poiché sia i soggetti esaminati che gli sperimentatori ignorano informazioni importanti che potrebbero influenzare pesantemente i risultati.
La procedura in doppio cieco si è rivelata quindi l’unica strada percorribile per valutare correttamente i risultati di un esperimento in psicologia, parapsicologia e medicina.”
https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=100414

In estrema sintesi: per evitare che determinate informazioni possano influenzare il risultato dell’esperimento, i soggetti coinvolti nello studio, sia gli sperimentatori che i soggetti esaminati, sono tenuti all’oscuro di alcuni dati ritenuti importanti. Naturalmente si parte dal presupposto che proprio quelle determinate informazioni possano incidere sul risultato. Per esempio non viene detto che il farmaco somministrato è in realtà un placebo. infatti è ben noto l’effetto placebo: chi assume un farmaco è di solito portato ad attribuirgli una certa efficacia a priori, per il solo fatto che viene considerato comunemente efficace, e questa convinzione può influire sull’effetto vissuto sul piano soggettivo, indipendentemente dalla reale ed oggettiva efficacia del farmaco.
In psicologia le applicazioni del metodo del “doppio cieco” sono moltissime, praticamente infinite.
A questo proposito, è importante ricordare il cosiddetto “effetto Rosenthal”:
“L’effetto aspettativa, noto anche come effetto Rosenthal, è l’effetto di distorsione dei risultati di un esperimento dovuto all’aspettativa che il ricercatore o i soggetti sperimentali hanno in merito ai risultati stessi. È conosciuto soprattutto nel campo della ricerca medica e nelle scienze sociali, ma può verificarsi in tutte le situazioni sperimentali in cui il fattore umano gioca un ruolo determinante.

L’effetto aspettativa è stato descritto dallo psicologo sociale americano Robert Rosenthal[1][2], che ha ampiamente studiato come le convinzioni degli sperimentatori e dei soggetti sperimentali possano influenzare la realtà e dare origine a una “profezia che si autoavvera”.
https://it.wikipedia.org/wiki/Effetto_aspettativa

LA “REGOLA FONDAMENTALE” DI FREUD

La “regola fondamentale” stabilisce, più o meno, che il paziente deve dire tutto quello che gli passa per la mente durante la seduta.
Leggiamo l’Enciclopedia della Psicoanalisi di Laplanche-Pontalis (1981, p. 495):
“l’analizzato è tenuto a dire ciò che pensa e prova senza scegliere né omettere nulla di ciò che gli viene in mente, anche se ciò gli sembra sgradevole da comunicare, ridicolo, privo di interesse o fuori proposito.”
Vedi anche:
https://it.wikipedia.org/wiki/Attenzione_fluttuante
http://www.psicoanalisi-freudiana.com/
https://www.studenti.it/associazioni_inconscio.html
http://www.lapsicoanalisi.it/psicoanalisi/index.php/che-cose-la-psicoanalisi.html

Bibliografia:

Enciclopedia della Psicoanalisi di Laplanche-Pontalis