APPRENDIMENTO

“Nella ricerca sia psicologica sia etologica, acquisizione persistente di modificazioni del comportamento, dal semplice condizionamento di riflessi primari fino a forme complesse di organizzazione delle informazioni, determinate dall’esperienza del soggetto, piuttosto che da un controllo genetico.” http://www.treccani.it/enciclopedia/apprendimento

” In generale si può definire l’ apprendimento come una modificazione comportamentale che consegue a, o viene indotta da, un’interazione con l’ambiente ed è il risultato di esperienze che conducono allo stabilirsi di nuove configurazioni di risposta agli stimoli esterni.
https://www.stateofmind.it/tag/apprendimento/

” In psicologia cognitiva l’apprendimento consiste nell’acquisizione o nella modifica di conoscenze, comportamenti, abilità, valori o preferenze e può riguardare la sintesi di diversi tipi di informazione.” https://it.wikipedia.org/wiki/Apprendimento

In base alle definizioni, risulta evidente che l’apprendimento è innanzitutto una “modificazione” che può riguardare sia il comportamento in senso stretto, sia le conoscenze del soggetto in generale. L’apprendimento costituisce una necessità vitale per gli animali detti “superiori”, ma è stato riscontrato persino in organismi unicellulari. In ogni caso, nei mammiferi e soprattutto nella specie umana l’apprendimento è estremamente sviluppato. Nell’uomo la superiore capacità di apprendimento è legata al maggiore sviluppo delle aree associative cerebrali.

” Esistono molteplici teorie dell’a. che possono essere raggruppate in tre grandi classi: teorie comportamentiste, cognitiviste e formaliste.”  http://www.treccani.it/enciclopedia/apprendimento

Le teorie comportamentiste si basano sul principio dell’associazione di uno stimolo ad una risposta. Il condizionamento “classico” di Pavlov si basa sull’associazione tra uno stimolo incondizionato, come il cibo, ad uno stimolo condizionato, che può essere un campanello. Dopo una serie di associazioni ripetute, la presentazione dello stimolo condizionato produce da sola la stessa risposta (salivazione) prodotta dallo stimolo incondizionato. La risposta allo stimolo incondizionato è innata, la risposta allo stimolo condizionato è appresa. In questo caso la risposta è fisiologica, ma si possono produrre risposte anche di altro genere, per esempio una reazione di ansia con lo stesso principio metodologico di base. Sempre con il metodo del condizionamento, si può sviluppare sperimentalmente nell’animale la cosiddetta “impotenza appresa”: l’animale viene posto in una condizione in cui apprende ad associare uno stimolo (per esempio un suono) ad un evento doloroso (per esempio una scossa elettrica), ma gli viene impedita la possibilità di evitare l’evento doloroso. L’animale diventa passivo anche rispetto a successive situazioni simili. Ovviamente l’impotenza appresa fornisce utili indicazioni psicopedagogiche ed anche psicoterapeutiche. In generale, si è visto che i risultati della terapia cognitivo-comportamentale, basata sui principi dell’apprendimento, sono piuttosto buoni soprattutto nei disturbi ansioso-depressivi. Questo significa che, a prescindere dalla disposizione ereditaria (la cui importanza è stata ampiamente dimostrata), anche l’apprendimento esercita una certa influenza sullo sviluppo di sindromi depressive e ansiose. E proprio sull’apprendimento si basa fondamentalmente la suddetta terapia cognitivo-comportamentale.


I MECCANISMI DI DIFESA

Partiamo dalla definizione di Cramer:
“Con il termine meccanismo di difesa ci riferiamo a un’operazione mentale che avviene per lo più in modo inconsapevole, la cui funzione è di proteggere l’individuo dal provare eccessiva ansia. Secondo la teoria psicoanalitica classica, tale ansia si manifesterebbe nel caso in cui l’individuo diventasse conscio di pensieri, impulsi o desideri inaccettabili. In una moderna concezione delle difese, una funzione ulteriore è la protezione del Sé – dell’autostima e, in casi estremi, dell’integrazione del Sé” (Cramer, 1998)”
http://www00.unibg.it/dati/corsi/40018/69947-Meccanismi%20di%20difesa.pdf
Si tratta di un’operazione (per lo più) inconsapevole; serve a proteggere dall’ansia; secondo la teoria freudiana classica, l’ansia scatta nel momento in cui si diventa consci di pensieri, impulsi o desideri inaccettabili; secondo una concezione più moderna, serve a proteggere anche l’autostima.
Definizione di Wikipedia:
“Un meccanismo di difesa, nella teoria psicoanalitica, è una funzione propria dell’Io attraverso la quale questo si protegge da eccessive richieste libidiche o da esperienze di pulsioni troppo intense che non è in grado di fronteggiare direttamente.”
https://it.wikipedia.org/wiki/Meccanismo_di_difesa
Si tratta di una funzione dell’Io; protegge da eccessive richieste libidiche o da pulsioni troppo intense: anche in questa definizione il mondo esterno è assente. Tutto nasce e si sviluppa all’interno della psiche.
Però la stessa Wikipedia amplia poco dopo il discorso ed emerge l’ambiente:
“Per estensione in psicologia si intendono tali tutti i meccanismi psichici, consci e inconsci, messi in atto dall’individuo per proteggersi da situazioni ambientali, esistenziali e relazionali dolorose o potenzialmente pericolose.”
https://it.wikipedia.org/wiki/Meccanismo_di_difesa
Quindi la difesa si attiva in seguito a minacce sia interne, sia esterne:
“metodo mobilitato dall’Io in risposta al proprio segnale di pericolo, cioè l’ansia, quale protezione da minacce interne ed esterne.”
https://www.psicologionline.net/dizionario-glossario-psicologia/dizionario-psicologia-m
Ciò su cui le varie definizioni concordano è innanzitutto il fatto che il meccanismo difesa è una funzione propria dell’Io.
Ma che cos’è l’Io?
“Sigmund Freud, iniziatore del movimento psicoanalitico, considerava l’Io (in tedesco Ich) come un’istanza psichica, vale a dire una struttura organizzatrice che ha il compito di mediare pulsioni ed esigenze sociali, rappresentate da altre due istanze in conflitto fra loro (l’Es e il Super Io).”
https://it.wikipedia.org/wiki/Io_(psicologia)
“Nell’ambito della psicologia psicoanalitica, il termine Io designa le parti organizzate dell’apparato psichico, in contrasto con l’Es non organizzato.
La nozione di Io si specifica, tuttavia, in Freud, a partire dalla svolta rappresentata dall’apparato concettuale espresso nella seconda topica. Da questo punto di vistà, l’Io è un’istanza in parte conscia, in parte inconscia, in una relazione di dipendenza dall’Es, in quanto serbatorio energetico-pulsionale, dagli imperativi del Super-Io e dalle esigenze della realtà.”
https://www.psiconline.it/le-parole-della-psicologia/io.html
Insomma: l’Io, in parte inconscio, ha la funzione essenziale di mediare fra esigenze contrastanti poste dalle pulsioni interne, dal Super-io e dalla realtà. La mediazione non è certo facile, anzi, e da questa difficoltà si sviluppa il meccanismo di difesa.
Una cosa mi pare evidente: il meccanismo psichico difensivo non risolve il problema alla radice, sia esso derivante dall’interno o dall’esterno. La volpe della favola di Esopo che svaluta l’uva che non riesce a prendere non soddisfa la sua voglia. Sul piano strettamente pratico non ottiene nulla. Però un risultato l’ottiene: diminuisce il valore psichico del suo desiderio svalutando l’oggetto, il che non è poco. Naturalmente lo stratagemma funziona a condizione che la volpe non ne sia consapevole (molto difficile, dato il soggetto).

I meccanismi di difesa non possono essere considerati, in generale, come un fenomeno “patologico”. La questione è abbastanza complessa, tenendo anche conto del fatto che la differenza fra normalità e patologia è molto spesso una questione di grado. In alcuni casi, tali meccanismi non soltanto non sono patologici, ma sono anche altamente adattativi. Un esempio è la sublimazione:

In psicoanalisi, la sublimazione è un meccanismo che sposta una pulsione sessuale o aggressiva verso una meta non sessuale o non aggressiva. Questo consente una valorizzazione a livello sociale delle pulsioni sessuali o aggressive nell’ambito della ricerca, delle professioni o dell’attività artistica, fino alla vita religiosa e spirituale.” (https://it.wikipedia.org/wiki/Sublimazione_(psicologia)

” In psicanalisi, termine introdotto da S. Freud (ted. Sublimierung) per indicare la trasformazione di impulsi istintuali primitivi, soprattutto sessuali, a livelli superiori e socialmente accettabili, e comunque di carattere non sessuale, come processo prevalentemente inconscio operante nella produzione artistica e creativa e nella sfera religiosa.” http://www.treccani.it/vocabolario/sublimazione/

DA IPPOCRATE AI “BIG FIVE”-BREVE STORIA DELLA PERSONOLOGIA


Nel mondo greco-romano la teoria fondamentale della personalità, elaborata dalla scuola ippocratica e ripresa da Galeno, si basava sui 4 temperamenti, corrispondenti alla prevalenza di uno dei 4 umori fondamentali, collegati ai 4 elementi: flemmatico (flegma-acqua), melanconico (bile nera-terra), sanguigno (sangue-aria) e collerico (bile gialla-fuoco).
Oltre alla teoria degli “umori”, il mondo antico ha concepito l’esistenza di una notevole quantità di tipologie caratteriali, così individuate dal discepolo di Aristotele Teofrasto in base a trenta caratteristiche o tendenze morali:
I. La simulazione
II. L’adulazione
III. Il ciarlare
IV. La zotichezza
V. La cerimoniosità
VI. La dissennatezza
VII. La loquacità
VIII. Il raccontar fandonie
IX. La spudoratezza
X. La spilorceria
XI. La scurrilità
XII. L’inopportunità
XIII. Lo strafare
XIV. La storditaggine
XV. La villania
XVI. La superstizione
XVII. La scontentezza
XVIII. La diffidenza
XIX. La repellenza
XX. La sgradevolezza
XXI. La vanagloria
XXII. La tirchieria
XXIII. La millanteria
XXIV. La superbia
XXV. La codardia
XXVI. Il conservatorismo
XXVII. La goliardia tardiva
XXVIII. La maldicenza
XXIX. La propensione per i furfanti
XXX. L’avarizia
Bisogna subito notare che i caratteri di Teofrasto sono tutti legati a tendenze morali negative, derivanti dalle riflessioni di Platone e di Aristotele sulla virtù, riscontrabili nella complessa vita sociale di Atene nel IV secolo a. C. e come tali utilizzati anche da drammaturghi come Menandro.
https://it.wikipedia.org/wiki/Teofrasto#I_Caratteri
Tornando allo schema ippocratico-galenico, ben più importante e fecondo sul piano epistemologico, risulta evidente la connessione strettissima fra soma e psiche, fra caratteristiche fisiologiche dell’organismo e caratteristiche psicologiche.
Questo legame stretto fra soma e psiche si ritrova nelle teorie “costituzionali” della personalità sviluppate nel Novecento da Kretschmer e Sheldon. La teoria di Ivan Pavlov -basata sull’osservazione delle risposte dei cani al processo di condizionamento- rappresenta in un certo senso una novità perché collega tutti i processi psichici a tre dimensioni di base del sistema nervoso e non dell’organismo nel suo complesso: forza, equilibrio e mobilità. Sulla base di queste tre disposizioni di base possono manifestarsi 4 tipi: forte-squilibrato, forte-equilibrato, forte-equilibrato-mobile, forte-equilibrato-inerte e debole, corrispondenti ai temperamenti ippocratici: collerico, sanguigno, flemmatico e melanconico. Gli allievi di Pavlov hanno poi esteso all’uomo la teoria del maestro, influenzando soprattutto la psicologia russa.
La tipologia junghiana si basa, invece, sulla disposizione dicotomica fondamentale estroverso/introverso e sulla combinazione tra la disposizione fondamentale e una delle 4 “funzioni psichiche”: pensiero, sentimento, sensazione e intuizione. Le prime due sono “razionali”, le seconde “irrazionali”. In tal modo possono venire a formarsi 8 tipi psicologici.
Il limite principale di tutte queste teorie, pur diverse, della personalità, da Ippocrate a Jung, consiste nel fatto che ciascun individuo viene fatto rientrare in una determinata e fissa tipologia specifica.
L’evidente ed estrema variabilità individuale ha posto l’esigenza di spostare l’analisi dai “tipi” ai “tratti”. I tratti, secondo la definizione oggi prevalente, sono modalità costanti di atteggiamenti, pensieri e comportamenti che, pur essendo universali, sono presenti in misura diversa in ciascun individuo.
Raymond Cattell, un pioniere, insieme a Gordon Allport, della teoria dei tratti, individuò ben 16 fattori dicotomici fondamentali della personalità:

A = Espansività
B = Ragionamento
C = Stabilità emozionale
E = Dominanza

F = Vivacità
G = Coscienziosità
H = Audacia sociale
I = Sensibilità
L = Vigilanza
M = Astrattezza

N = Prudenza
O = Apprensività
Q1 = Apertura al cambiamento
Q2 = Fiducia in sé
Q3 = Perfezionismo
Q4 = Tensione

https://www.giuntipsy.it/catalogo/test/16pf-5

I risultati di Allport e di Cattell si basavano su uno studio molto accurato del lessico (“approccio lessicografico”), nel senso che si cercavano nel lessico tutti i termini che definiscono la personalità, che poi venivano sottoposti ad un’analisi statistica di tipo fattoriale. L’analisi fattoriale consiste, in sostanza, nella ricerca di una struttura di base latente rispetto alla massa dei dati raccolti, partendo dalle correlazioni fra i dati stessi. Questo tipo di analisi ha avuto una grandissima importanza anche nello studio dell’intelligenza perché ha consentito di inviduarne le caratteristiche generali attraverso lo studio delle correlazioni tra i singoli “item” nei test.
Questo metodo fu usato da Cattell per arrivare ai suoi 16 fattori. Egli chiese ad un gruppo di soggetti di valutare persone conosciute sulla base di insiemi di termini (“clusters”), già elaborati da Allport, e poi sottopose i risultati all’analisi fattoriale.
Successivamente, anche Eysenck ha utilizzato l’analisi fattoriale per elaborare la sua teoria della personalità, che riprende l’antica teoria umorale.
Gli ulteriori studi fattoriali hanno portato alla diminuzione dei super-fattori, che oggi sono cinque, gli ormai famosi “big five”.
A questo punto si pone una domanda: si può ridurre la personalità di ciascun individuo a cinque soli fattori fondamentali? Più precisamente, si può dire che tutte le definizioni linguistiche della personalità, sedimentate nel corso dei secoli, si concentrano attorno a cinque dimensioni dicotomiche, come per esempio estroversione/introversione?
A quanto pare, sì. Tanti sono i modi che la lingua ci offre per definire il modo di essere, di pensare e di comportarsi di una persona. Tutte le persone nuove che conosciamo suscitano in noi una serie di reazioni che possono essere negative o positive a seconda dei casi. Una prima, immediata impressione ci porta a classificarle in base al criterio simpatia/antipatia e molto presto le definizioni si allargano e si precisano sempre di più. Ma per quanto le definizioni possano essere varie, a livello linguistico si possono individuare, mediante l’analisi fattoriale, 5 fondamentali definizioni dicotomiche o bipolari che utilizziamo tutti per valutare una persona. Così è nato il modello detto dei “big five”.
“I punti di partenza di questa teoria sono:
L’approccio fattoriale proposto da Hans Eysenck, che identifica le dimensioni caratterizzanti le differenze individuali attraverso analisi statistiche di tipo fattoriale.
La teoria della sedimentazione linguistica elaborata da Raymond Cattell: questi studi hanno considerato il vocabolario della lingua quotidiana come un serbatoio di descrittori delle differenze individuali.”
https://it.wikipedia.org/wiki/Big_Five_(psicologia)

Una serie di studi di tipo fattoriale, basati su materiale lessicografico in più lingue, hanno in effetti confermato in modo costante l’esistenza di cinque grandi fattori della personalità, noti da tempo con l’espressione “big five”. I risultati si sono dimostrati affidabili e replicabili e questo spiega la grande diffusione di questo modello.
“Da queste linee teoriche di partenza, McCrae e Costa postulano 5 grandi dimensioni (Big Five) di personalità: l’estroversione-introversione, gradevolezza-sgradevolezza, coscienziosità-negligenza, nevroticismo-stabilità emotiva, apertura mentale-chiusura mentale (Goldberg, 1993). Tali dimensioni sono state individuate a partire da studi psicolessicali, secondo i quali l’uomo ha codificato in forma verbale tutte le esperienze significative per la comunità comprese, in questo caso, parole che si riferiscono alle differenze individuali: le 5 dimensioni elencate, quindi, corrisponderebbero alle macro-categorie più usate, nel linguaggio, per descrivere le diversità tra individui.”
https://it.wikipedia.org/wiki/Big_Five_(psicologia)
Così Luccio e Rovera descrivono i big five:
“I sorgenza (loquace, socievole, avventuroso, aperto);
II gradevolezza (bonario, cooperativo, gentile);
III coscienziosità (responsabile, scrupoloso, perseverante, ordinato);
IV stabilità (calmo, tranquillo, disteso);
V cultura (intellettuale, artistico, fantasioso, elegante).”
(Riccardo Luccio e Gian Giacomo Rovera, in http://www.treccani.it/enciclopedia/personalita_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/).
Non mancano certo i dubbi e le difficoltà: “Ci si è spesso chiesti se effettivamente siano sufficienti questi cinque fattori per descrivere la personalità, se essi non siano troppo generali per essere utilizzabili e se non lascino fuori aspetti rilevanti della personalità che non vengono però colti nell’interazione sociale. Di fatto, come nota Goldberg, i big five consentono di rispondere alle cinque domande che ogni persona si pone quando deve interagire con un’altra, cercando di prevederne il comportamento e di regolarsi di conseguenza: è un individuo dominante o sottomesso? È gradevole? Posso fare affidamento su di lui? È prevedibile o è ‘pazzo’? È acuto o sciocco?” (ib.)
http://www.treccani.it/enciclopedia/personalita_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/

I super-fattori 1 (estroversione/introversione) e 4 (stabilità/nevroticismo) coincidono con le due dimensioni del modello di Eysenck, basato sulle proprietà costituzionali del sistema nervoso in termini di eccitazione/inibizione e rappresentabili su assi ortogonali. I due assi ortogonali producono 4 quadranti, che corrispondono ai 4 temperamenti fondamentali della tradizione ippocratico-galenica: flemmatico, melanconico, sanguigno e collerico.
In questo modo l’introverso stabile è flemmatico, l’introverso nevrotico è melanconico, l’estroverso stabile è sanguigno e l’estroverso instabile è collerico.

INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELL’ISTERIA

PREMESSA GENERALE

L’isteria ha una lunghissima storia “nosografica” che parte addirittura dall’antico Egitto. Essa ha anche avuto un ruolo fondamentale nella nascita della psicoanalisi.
Ma oggi, fondamentalmente, più che un disturbo mentale specifico, essa viene considerata come un complesso di manifestazioni sia somatiche, quali convulsioni, dispnea, anestesie, paralisi, sia psichiche, come la dissociazione.
L’isteria non ha più uno statuto di disturbo mentale a sé stante, essendo la sua sintomatologia suddivisa in due classi di disturbi clinici distinti:
i disturbi somatomorfi, intesi come sintomi fisici privi di base organica e quindi di natura psicogena;
i disturbi dissociativi, che consistono in una perdita della funzione integrativa della coscienza, della memoria e della percezione.
Questa scelta nosologica fatta dall’American Psychiatric Association nel “Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali” (DSM) ha suscitato alcuni dissensi, ma è comunque quella oggi prevalente.
Collegato all’isteria viene considerato anche il disturbo istrionico di personalità, caratterizzato da “un persistente e pervasivo quadro di emotività eccessiva e di ricerca di attenzione”, da sempre ritenute tipiche manifestazioni isteriche. Bisogna precisare che rispetto ai disturbi clinici veri e propri, in generale i disturbi di personalità devono essere considerati come un’esasperazione dei cosiddetti “tratti di personalià”, intesi come “modi costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di se stessi”.
Tralasciando il discorso della “malattia” e del “disturbo mentale” in senso oggettivo, sul piano soggettivo il disturbo di personalità (asse 2 del DSM) si distingue dal disturbo clinico (asse 1) anche perché di solito tale tipo di disturbo è “egosintonico”: il soggetto lo considera come un suo peculiare modo di essere o stile di vita e non come una patologia. Per evitare equivoci, l’espressione “egosintonico” non va collegata in modo semplicistico all’idea di “benessere”. Si tratta più precisamente dell’atteggiamento del soggetto nei confronti dei propri sintomi:

In psicologia si dice egosintonico un qualsiasi comportamento, sentimento o idea che sia in armonia con i bisogni e desideri dell’Io, o coerente con l’immagine di sé del soggetto. I sintomi delle patologie psichiatriche possono essere egosintonici oppure non esserlo. In genere i sintomi dei disturbi di personalità sono egosintonici (la persona si sente in sintonia coi sintomi, quindi non prova disagio, e sono ritenuti da essa coerenti col resto della personalità). L’opposto del termine è egodistonico. “Egosintonico” è stato introdotto come termine nel 1914 da Freud in Introduzione al narcisismo, ed è rimasto una parte importante del suo apparato concettuale” https://it.wikipedia.org/wiki/Egosintonico

Per capirlo potrebbe bastare l’esempio del disturbo paranoide di personalità: il soggetto non è minimamente consapevole dell’assurdità delle sue paranoie perchè se lo fosse non sarebbe veramente “disturbato”. Semmai, il paranoide fa star male gli altri.
Nel caso dei disturbi clinici, invece, il soggetto generalmente sta male e ne è pienamente consapevole, al punto che cerca di uscire in un modo o nell’altro dalla sua situazione. Tale è il caso, ad esempio, di chi ha paura dell’aereo e quindi non può prenderlo neanche quando gli servirebbe (la fobia è classificata tra i disturbi d’ansia, nell’ambito dell’asse 1, “disturbi clinici”), ma per questo si sente menomato e tende a cercare, almeno a parole, una soluzione del problema.
Tornando al disturbo istrionico di personalità, risulta evidente che si tratta di un modo costante e pervasivo di pensare e di agire sicuramente disadattivo, ma comunque, nonostante le conseguenze negative che comporta, non spinge il soggetto a cambiare. Anzi, l’istrionico tende a considerare se stesso come una persona molto speciale e quindi sotto certi aspetti persino superiore alla media.
Lo stesso discorso non si può fare, ovviamente, nel caso dei disturbi clinici (tra i quali rientrano i disturbi somatoformi e quelli dissociativi), che comportano un vissuto soggettivo di disagio evidente e a volte grave.

Il disturbo isterico, che come tale non è più considerato nel DSM, e il disturbo istrionico costituscono due gradi distinti dello stesso quadro psicopatologico generale ed infatti presentano molti punti in comune: per esempio la labilità emotiva e il bisogno di attenzione. Tuttavia il disturbo istrionico viene considerato più gave. Secondo la classificazione di Kernberg, l’isterico rientra nell’organizzazione di personalità nevrotica, l’istrionico in quella borderline (Lingiardi, p. 261). Sempre secondo Kernberg, il nevrotico si caratterizza per la capacità di tollerare l’angoscia e per un intatto esame di realtà e un buon grado di adattamento (ib. p. 263), mentre nello psicotico l’esame di realtà e l’adattamento sono gravemente compromessi. L’area borderline costituisce, come fa capire il termine stesso, una sorta di via di mezzo, un’area di confine tra i due livelli nevrotico e psicotico.
Si veda.
https://it.wikipedia.org/wiki/Disturbo_di_personalit%C3%A0
Bibliografia:
V. Lingiardi, I disturbi di personalità, ed. il Saggiatore, 2001


ETIMOLOGIA
La parola “isteria”, che denota una particolare “nevrosi” detta anche “nevrosi isterica”, deriva dal greco ὑστέρα (hystera), sostantivo femminile della prima declinazione che significa utero. Questo sostantivo è chiaramente collegato all’aggettivo ὕστερος (hysteros) che secondo l’imprescindibile vocabolario di Lorenzo Rocci può significare, fra le altre cose, “inferiore”. Quindi la parola ὑστέρα (hystera) è legata alla posizione dell’utero nel corpo femminile. Altri l’interpretano nel senso di una parte protuberante rispetto alla linea del corpo e quindi la collegano al ventre sporgente della donna. Comunque, questa “malattia” è stata per tradizione considerata tipicamente femminile, anche se in effetti risulta ampiamente dimostrato che non è esclusiva delle donne.
In latino, però, la parola “uterus” è di genere maschile e pare strettamente collegata al greco ὕδερος (hyderos), sostantivo maschile che significa idropisia, rigonfiamento od accumulo di liquido. Altri (cfr. Zingarelli) la collegano ad “uter, utri”, sostantivo maschile che significa otre e quindi contenitore
Per l’etimologia:
https://en.wiktionary.org/wiki/%E1%BD%91%CF%83%CF%84%CE%AD%CF%81%CE%B1
Bibliografia.
L.Rocci, Vocabolario greco-italiano
Castigioni-Mariotti, Il -Vocabolario della lingua latina

http://massolopedia.it/curriculum-vitae-2/

METODO SPERIMENTALE DETTO “DOPPIO CIECO”

Definizione 1:
“Un esperimento in cieco o in doppio cieco è in termini figurativi un modo per definire un esperimento scientifico dove viene impedito ad alcune delle persone coinvolte di conoscere informazioni che potrebbero portare a effetti di aspettativa consci o inconsci, così da invalidarne i risultati. Il doppio cieco (triplo, eccetera) si può prospettare quando vi siano coinvolti, oltre agli sperimentatori, altri soggetti coscienti, tipicamente esseri umani.
Uno studio teso ad evitare risultati potenzialmente aleatori, condotto in doppio cieco è ad esempio uno studio scientifico prospettico teso a valutare le effettive azioni di un dato farmaco o di una terapia in genere non fornendo ad entrambi i protagonisti dello studio, sperimentatore e soggetto, alcune informazioni fondamentali[2] (nello specifico definito studio aleatorizzato in doppio cieco), o dove si chieda ai consumatori di confrontare la qualità di diverse marche di un prodotto, ove l’identità del prodotto sia nascosta ai consumatori e ai ricercatori di mercato.
La particolarità di questo sistema di valutazione sta quindi nel fatto che, nel campo clinico, né il paziente né il medico conoscono la natura del farmaco effettivamente somministrato.[2] Si differenzia quindi dallo studio “in cieco”, dove solo il paziente è all’oscuro del trattamento cui è sottoposto, e dallo studio in triplo cieco, dove anche lo statistico che elabora i dati non può associare un gruppo a un dato farmaco.”
https://it.wikipedia.org/wiki/Doppio_cieco

Definizione 2:
“La procedura del “cieco semplice”, tuttavia, si è dimostrata insufficiente, poiché i risultati possono essere falsati dalla psiche degli stessi sperimentatori. Infatti, questi ultimi, influenzati dalle proprie aspettative, possono involontariamente assumere comportamenti che possono condizionare le reazioni del soggetto, invalidando così l’esperimento. Se ad esempio il medico sperimentatore sa di somministrare il farmaco piuttosto che il placebo, può involontariamente suggestionare il paziente. Analogamente, se lo sperimentatore che studia il rabdomante conosce anticipatamente la posizione dei corsi d’acqua può inavvertitamente fornirgli utili suggerimenti. Per questo motivo, al fine di ottenere risultati attendibili, è necessario che neppure gli sperimentatori conoscano certe informazioni. Nel caso della sperimentazione clinica, quindi, neppure i medici devono conoscere la natura della terapia somministrata e, nel caso del rabdomante, neppure lo sperimentatore deve conoscere la posizione dei corsi d’acqua sotterranei. In questi casi la procedura viene chiamata “doppio cieco” (double-blind control procedure), poiché sia i soggetti esaminati che gli sperimentatori ignorano informazioni importanti che potrebbero influenzare pesantemente i risultati.
La procedura in doppio cieco si è rivelata quindi l’unica strada percorribile per valutare correttamente i risultati di un esperimento in psicologia, parapsicologia e medicina.”
https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=100414

In estrema sintesi: per evitare che determinate informazioni possano influenzare il risultato dell’esperimento, i soggetti coinvolti nello studio, sia gli sperimentatori che i soggetti esaminati, sono tenuti all’oscuro di alcuni dati ritenuti importanti. Naturalmente si parte dal presupposto che proprio quelle determinate informazioni possano incidere sul risultato. Per esempio non viene detto che il farmaco somministrato è in realtà un placebo. infatti è ben noto l’effetto placebo: chi assume un farmaco è di solito portato ad attribuirgli una certa efficacia a priori, per il solo fatto che viene considerato comunemente efficace, e questa convinzione può influire sull’effetto vissuto sul piano soggettivo, indipendentemente dalla reale ed oggettiva efficacia del farmaco.
In psicologia le applicazioni del metodo del “doppio cieco” sono moltissime, praticamente infinite.
A questo proposito, è importante ricordare il cosiddetto “effetto Rosenthal”:
“L’effetto aspettativa, noto anche come effetto Rosenthal, è l’effetto di distorsione dei risultati di un esperimento dovuto all’aspettativa che il ricercatore o i soggetti sperimentali hanno in merito ai risultati stessi. È conosciuto soprattutto nel campo della ricerca medica e nelle scienze sociali, ma può verificarsi in tutte le situazioni sperimentali in cui il fattore umano gioca un ruolo determinante.

L’effetto aspettativa è stato descritto dallo psicologo sociale americano Robert Rosenthal[1][2], che ha ampiamente studiato come le convinzioni degli sperimentatori e dei soggetti sperimentali possano influenzare la realtà e dare origine a una “profezia che si autoavvera”.
https://it.wikipedia.org/wiki/Effetto_aspettativa

LA “REGOLA FONDAMENTALE” DI FREUD

La “regola fondamentale” stabilisce, più o meno, che il paziente deve dire tutto quello che gli passa per la mente durante la seduta.
Leggiamo l’Enciclopedia della Psicoanalisi di Laplanche-Pontalis (1981, p. 495):
“l’analizzato è tenuto a dire ciò che pensa e prova senza scegliere né omettere nulla di ciò che gli viene in mente, anche se ciò gli sembra sgradevole da comunicare, ridicolo, privo di interesse o fuori proposito.”
Vedi anche:
https://it.wikipedia.org/wiki/Attenzione_fluttuante
http://www.psicoanalisi-freudiana.com/
https://www.studenti.it/associazioni_inconscio.html
http://www.lapsicoanalisi.it/psicoanalisi/index.php/che-cose-la-psicoanalisi.html

Bibliografia:

Enciclopedia della Psicoanalisi di Laplanche-Pontalis

RIFLESSIONI SUL PROBLEMA DELLA FELICITÀ 

Adottando il criterio dell’evidenza, che si contrappone sempre a quello derivante dalla sovrastruttura ideologica, a mio avviso risulta sufficientemente chiaro che tutte le culture umane hanno elaborato una risposta al problema primario della sofferenza.
Intendo dire che la definizione del concetto di felicità è un prodotto culturale molto posteriore rispetto a quello che evidentemente è stato e rimane tuttora il problema primario, e cioè la sofferenza, appunto.
Quindi penso che l’elaborazione concettuale della felicità, in senso concreto e non astratto, sia dovuta passare per forza attraverso la concettualizzazione preliminare della sofferenza.
La sofferenza è un fenomeno universale.
Ogni essere umano l’ha sperimentata, anzi direi ogni essere vivente, almeno nei limiti del Regno Animale.
Io non so e non posso sapere come, dove e da chi sia stato, per così dire, “inventato” il concetto di felicità.
Ma sono convinto che la prima profonda, concreta, geniale e universalmente valida “soluzione” data al problema della sofferenza è stata quella di Siddharta Gautama nel famoso “discorso di Benares”. Nella sintesi di Siddharta, più noto come “Buddha” (=l’illuminato o lo svegliato a seconda delle traduzioni), è a mio avviso logicamente implicita anche la definizione di felicità per le ragioni che ho prima spiegato.
Emerge chiaramente, nella concezione buddhista originaria, lo strettissimo legame che unisce la felicità all’eliminazione della sofferenza. Solo così
 è possibile affrontare in modo concreto e profondo il problema della felicità.
I grandi maestri delle scuole filosofiche ellenistiche, Epicuro, Pirrone, Zenone di Cizio ed Epitteto, hanno infatti legato strettamente il problema della felicità a quello della sofferenza. Sia pure con alcune evidenti e importanti diversità,  tutte queste scuole filosofiche affermano che la radice primaria della felicità consiste nell’eliminazione del dolore.