S. CRISOGONO

RIONE TRASTEVERE-PIAZZA SONNINO

La chiesa attuale dedicata a S. Crisogono, Martire degli inizi del IV secolo, è stata costruita nel 1123 al di sopra di una chiesa più antica risalente al V secolo, ancora oggi visitabile su richiesta. Nel 1626 G. B. Soria, su commissione del cardinale Scipione Borghese, realizzò la nuova facciata nell’ambito di un importante intervento di ristrutturazione.

Da vedere gli affreschi altomedioevali nel sotterraneo (purtroppo molto deteriorati e bisognosi di urgenti cure) e il mosaico absidale che raffigura una Madonna col Bambino tra i SS. Crisogono e Giacomo della scuola del Cavallini.

Bibliografia:

Roberto Luciani, Silvia Settecasi, San Crisogono, Fratelli Palombi Editori (disponibile in chiesa su richiesta). Si può trovare anche un dépliant dedicato in modo specifico alla chiesa sotterranea.

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S. CRISOGONO http://massolopedia.it/chiese-di-roma-2/

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LA BASILICA DI S. PIETRO: UN GRAVE ERRORE ARCHITETTONICO

La Cupola di S. Pietro è uno dei più straordinari monumenti non certo soltanto di Roma, ma di tutto il mondo. Con i Musei Vaticani e il Colosseo costituisce una meta fondamentale di decine di milioni di turisti che arrivano a Roma ogni anno. Ma la visione di quest’opera grandiosa e mirabile, progettata dal genio di Michelangelo Buonarroti, è stata, forse irrimediabilmente, danneggiata da un errore architettonico veramente notevole.

Procediamo con ordine. Se io guardo la basilica di S. Pietro più o meno dall’inizio della lunghissima Via della Conciliazione, l’effetto scenografico è ottimo, nel senso che la facciata e la Cupola formano un insieme armonioso e monumentale.

Foto di Pietro Massolo

Ma la situazione cambia radicalmente se ci avviciniamo alla Basilica perchè pian piano la Cupola scompare. Ciò è dovuto a due fattori:

1) la Basilica, concepita in origine a croce greca in modo tale da mettere in risalto proprio la Cupola, molto prima della sua realizzazione, subisce una trasformazione che consiste essenzialmente nell’allungamento di uno dei bracci, che diventa quasi una normale navata centrale di una chiesa longitudinale, secondo i dettami della Controriforma; in tal modo la facciata si allontana dalla Cupola, la quale quindi risulta assai meno visibile;

2) a questo si aggiunge l’enorme facciata di Carlo Maderno (un architetto di grandissimo valore, intendiamoci), che sicuramente non è molto bella, se paragonata ad altre facciate stupende di chiese romane, ma soprattutto è stata da molti ritenuta troppo alta.

L’altezza della facciata, il prolungamento del braccio principale della croce greca e le statue poste sull’attico producono la conseguenza di occultare la Cupola di Michelangelo già da Piazza S. Pietro. Una cosa assurda, totalmente assurda, non solo dal punto di vista estetico, ma anche da quello devozionale. Infatti la Cupola s’innalza esattamente sulla Tomba dell’Apostolo e dovrebbe mostrare il legame tra il Cielo e il Sepolcro di Pietro, primo Vescovo di Roma. Nella foto sotto la cosa risulta evidente:

Immagine tratta da:
https://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_di_San_Pietro_in_Vaticano#La_facciata

Non sono di certo il solo a pensarla così. La facciata “fu subito criticata per lo stile sovraccarico e per il fatto che l’attico impediva la vista di una parte della cupola maggiore. Secondo lo specialista James Lees-Milne, «anche il critico più imparziale è concorde sul fatto che [la facciata] è stata un errore e alcuni arrivano a ritenerla un disastro». https://www.storicang.it/a/basilica-di-san-pietro_14652/4

“When we consider the actual façade we find it difficult not to be censorious of both Maderno, who was responsible for its design, and the Fabbrica which chose it. Even the most impartial critics are agreed that it is a mistake. Some are of the opinion that it is a disaster….. A dispassionate view reveals at once that the façade is too congested, too over-weighted and too broad.”

SAINT PETER’S
by James Lees-Milne, ©1967

https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&cad=rja&uact=8&ved=2ahUKEwjOzef079DpAhUxxosKHep0BFAQFjAAegQIBBAB&url=http%3A%2F%2Fstpetersbasilica.info%2FDocs%2FJLM%2FSaintPeters-1.htm&usg=AOvVaw2JaQtF9t3kpvVAc4pdctah

Un confronto impietoso con la facciata di S. Agnese in Agone permette di capire ancora meglio questo discorso:

Foto di Pietro Massolo da:
http://massolopedia.it/santagnese-in-agone/

Nella foto sopra si vede bene che Borromini ha realizzato la facciata concava proprio per mettere in risalto la cupola. Si potrebbe quasi interpretare come un messaggio rivolto dal grande Maestro del barocco, inteso a far capire l’errore gravissimo fatto a S. Pietro, un vulnus inferto al grande Michelangelo.

Ma a parte la facciata, per la quale il Maderno era ormai molto vincolato dalle strutture già realizzate, risulta evidente che l’errore più grave è stato quello di prolungare la navata principale, anzi direi proprio di crearla come tale, che ha snaturato totalmente il progetto originario e tolto al “cuppolone” la sua centralità. Di questo la responsabilità principale deve essere attribuita non al Maderno, bensì al papa Paolo V Borghese (1605-1621), che antepose l’esigenza controriformistica della chiesa a croce latina (per il culto e soprattutto per la propaganda) alla necessità di mettere nel dovuto risalto la meravigliosa Cupola di Michelangelo.

BASILICA DEL SACRO CUORE IMMACOLATO DI MARIA

PIAZZA EUCLIDE
QUARTIERE PARIOLI

Questa basilica “minore” venne costruita a partire dal 1924 con i finanziamenti della comunità italiana canadese su progetto dall’Architetto Armando Brasini, al quale dobbiamo anche, fra le altre cose, Ponte Flaminio e l’ingresso monumentale del Giardino Zoologico. La chiesa nasce, quindi, poco dopo il riconoscimento ufficiale del Quartiere Parioli nel 1921 e sicuramente rientra in un preciso piano urbanistico e socio-religioso ad un tempo. Se ne parlava già al tempo di Benedetto XV (1914-1922), il primo grande patrocinatore della chiesa. Da notare che in quello stesso periodo un altro architetto visionario, Gino Coppedè, realizza il suo “quartiere” favolistico. Mi piace ricordare un altro manufatto neobarocco un po’ speciale di questo periodo: il Serbatoio dell’Acqua Marcia, realizzato da Raffaele De Vico nel 1925 nel Parco dei Daini di Villa Borghese. Insomma, in questi primi anni del “ventennio” si concretizza una Roma fuori dagli schemi, sicuramente non in linea con gli sviluppi dell’architettura razionalista, che anche in Italia comincia ad affermarsi soprattutto grazie agli architetti del “Gruppo 7” (1926).
Come prima pietra viene scelto un blocco di serpentino trovato nei pressi delle Catacombe di S. Valentino, ubicate alle pendici dei Monti Parioli, come simbolo di continuità cristiana sin dall’Antichità di quest’area settentrionale di Roma. Faccio notare che questa chiesa, se non proprio bella almeno interessante, allo stato attuale (23 aprile 2020) non viene nemmeno citata fra i “luoghi d’Interesse” del Quartiere nella corrispondente voce di Wikipedia. Una lacuna da colmare. Dopo molte traversie, la chiesa dedicata al Sacro Cuore Immacolato di Maria venne completata solo nel 1951 con la realizzazione del basso tamburo al posto della cupola prevista da Brasini. La causa principale di questo ritardo fu il costo eccessivo dei materiali, che costrinse il progettista a introdurre varianti rispetto al piano originario. Alla fine ciò che vediamo è solo una parte di quello che voleva realizzare Brasini. Per averne un’idea basti pensare che il progetto della cupola traeva ispirazione dal Pantheon!
Un altro motivo del ritardo fu l’inadeguatezza del terreno per un progetto tanto ambizioso, che all’inizio era stata trascurata. La facciata si presenta elaborata e grandiosa nello stesso tempo, con un curvo pronao monumentale, un grande timpano e ben 28 massicce colonne tuscaniche. Si notino le rientranze realizzate grazie a una fila discontinua di colonne nettamente sporgenti. Il tutto è un chiaro richiamo al monumentalismo barocco, peraltro realizzato solo in parte per i motivi di cui sopra. Per la Guida Rossa del Touring, che dedica pochissimo spazio a questa chiesa, si tratta di “retorica monumentale”. Terribile il giudizio di Claudio Rendina: “un gigantesco edificio fuori tempo, che pecca di uno sfacciato monumentalismo barocco” (Le Chiese di Roma, p. 88).
Il problema vero, credo, è quello di capire il senso generale della “poetica” brasiniana, visionaria ed eclettica, alla quale Paolo Portoghesi ha riconosciuto “la capacità di arrivare ad un risultato coerente e semplice partendo da una indisciplinata complessità”. Lo stesso Portoghesi ha ritenuto Brasini un architetto totalmente al di fuori dello spirito del Novecento.
Ma si tratta veramente di un’architettura fuori tempo, retorica, sfacciatamente monumentale?
Per quanto mi riguarda, l’impatto estetico non è stato affatto negativo. Anzi, devo dire che in fondo proprio il suo essere incompiuta e fuori tempo rende questa chiesa sorprendente e quindi affascinante.Anche l’interno è piuttosto elaborato e monumentale. La pianta è a croce greca, inserita in un cerchio posto ad un livello più basso.
Non posso non segnalare, nel battistero, 9 grandi tele ad olio dell’armeno Grigorij Ivanovič Šiltjan (1900-1985), meglio noto come Gregorio Sciltian, grande epigono del “realismo magico”. Particolarmente suggestiva è la rappresentazione molto realistica del Battesimo di Gesù. A proposito di questa scelta estetica, l’Autore scrisse:
“In questa opera ho voluto esprimere la sintesi della mia ideologia ed il mio credo estetico nella pittura della realtà, perché credo fermamente che l’arte realistica rappresenti l’unica strada che riconduca alla salvezza e alla sublimazione della pittura in questi tempi di oscurantismo e di disfacimento della grande tradizione” (dal sito della Parrocchia).

SITOGRAFIA:

https://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_del_Sacro_Cuore_Immacolato_di_Maria
https://romanchurches.fandom.com
http://www.parrocchiacuoreimmacolatodimaria.it/
https://digilander.libero.it/la_corda/accesso/benvenuti.htm
https://it.wikipedia.org/wiki/Armando_Brasini
https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/04/01/il-realismo-magico-di-gregorio-sciltianFirenze12.html?refresh_ce

S. VITALE

VIA NAZIONALE – RIONE MONTI

La Basilica (basilica “minore”, per l’esattezza) paleocristiana di S. Vitale si trova in Via Nazionale, ma notevolmente più in basso rispetto al livello stradale. È ubicata precisamente nei pressi del Palazzo delle Esposizioni, a poca distanza dalla chiesa di S. Paolo entro le Mura (che però si trova sul lato opposto). Una scalinata collega la chiesa alla strada.

La collocazione cronologica della vita del Santo, a cui è dedicata ufficialmente dal 595, è estremamente incerta, variando addirittura dal I al III-IV secolo. Non è facile distinguere la storia dalla leggenda nelle vite dei Santi. Sappiamo che Vitale era un militare milanese di origine e fu martirizzato a Ravenna, probabilmente all’inizio del IV secolo.

La chiesa di San Vitale venne costruita agli inizi del V secolo trasformando un precedente oratorio dedicato ai Martiri Gervasio e Protasio (figli di S. Vitale) in una basilica a tre navate durante il pontificato di Innocenzo I (401-417).
La data precisa della consacrazione non è certa, potendosi situare o poco prima o poco dopo il famoso sacco di Roma da parte dei Visigoti avvenuto nel 410.

Proprio in quel momento storico avvenne il vero crollo dell’Impero Romano d’Occidente sotto l’impeto delle invasioni barbariche, con largo anticipo rispetto alla datazione ufficiale del 476.
Bisogna precisare che già dal tempo di Diocleziano Roma non era più la capitale (intesa come sede imperiale) o almeno non era più la sola capitale dell’Impero d’Occidente (definitivamente separato dalla parte orientale alla morte di Teodosio nel 395) poiché divideva questo ruolo con Milano, mantenendo comunque una supremazia morale. Nel 402 l’imperatore Onorio spostò la capitale ufficiale da Milano a Ravenna, ritenuta inattaccabile per via delle paludi. Gregorovius ci dice, nel I volume della Storia di Roma nel Medioevo, che dal punto di vista dei monumenti romani la città già prima del sacco alariciano del 410 era in piena decadenza. Quindi S. Vitale sorse in un’Urbe già in buona parte in rovina, in cui l’impronta cristiana era ancora limitata. Infatti Gregorovius è convinto che la portata delle devastazioni prodotte dai Visigoti è stata per troppo tempo sopravvalutata.

All’inizio la basilica era nota come “titulus Vestinae” dal nome della matrona romana che aveva lasciato tutti i suoi beni per l’edificazione del luogo di culto. All’epoca questo tipo di denominazione era normale e derivava dalla consuetudine romana di scrivere su una lastra (titulus) il nome del donatore di un edificio di uso pubblico. Si veda a questo proposito la lista dei tituli indicata nel Sinodo del 499, importantissima fonte d’informazione sulla storia più antica delle chiese romane.

Nel corso dei secoli S. Vitale andò incontro a vari restauri e subì radicali trasformazioni.
Nel XV secolo Sisto IV (1471-1484) la fece ristrutturare drasticamente ed eliminò le navate laterali. Tracce di questa trasformazione sono ancora visibili sul lato destro della navata. Sul portale, dotato di notevoli battenti lignei scolpiti nel Seicento, è infatti presente lo stemma di Sisto IV con la tipica quercia araldica dei Della Rovere, sovrastato da un’iscrizione che ricorda il suo intervento.

La chiesa è preceduta da un portico paleocristiano a cinque arcate con capitelli del V secolo. Dopo la cessione della chiesa ai Gesuiti nel 1595 da parte di Clemente VIII Aldobrandini, il portico venne chiuso e trasformato in vestibolo. I lavori degli anni ’30 del Novecento l’hanno ripristinato.
Nel muro di facciata si può notare che in origine alle cinque arcate del portico corrispondevano altrettante aperture: un esempio molto raro di facciata “aperta”.

L’interno della chiesa, nonostante i pesanti interventi che si sono succeduti nel corso dei secoli, fra cui dobbiamo considerare anche quello di Pio IX del 1859, si presenta armonioso e suggestivo. Si ha veramente l’impressione di trovarsi in uno spazio-tempo sacro nettamente separato dal caos e dal rumore di Via Nazionale e ciò è dovuto ovviamente al notevole dislivello rispetto alla strada. La suggestione dell’ambiente è il prodotto di una particolare combinazione: semplicità strutturale (navata unica con due altari per lato) e tipicità della decorazione pittorica, che è basata su un progetto unitario, sia per i contenuti che per lo stile manierista, tanto vituperato (almeno fino al Novecento) e da me sempre amato.

Il tema fondamentale del ciclo di affreschi, realizzati dai pittori Ciampelli, Ligustri e Commodi al principio del Seicento, è infatti il martirio; su questo aspetto risulta chiaro il parallelo con S. Stefano Rotondo. Entrambe le chiese passano sotto il controllo dei Gesuiti nella seconda metà del XVI secolo e quindi la rappresentazione del martirio ha una precisa funzione diciamo “pedagogica”: i Gesuiti, nella loro attività missionaria sia nei paesi ancora pagani, sia in quelli protestanti, devono essere pronti al sacrificio supremo. Non va trascurato neppure l’aspetto ideologico: in chiara polemica con la chiesa riformata, che ha esaltato il valore della fede rispetto alle opere, nell’ottica controriformistica il martirio è proprio da vedere come la massima opera umana possibile in funzione della salvezza eterna. E questo ovviamente vale non solo per i Gesuiti, ma per tutti i fedeli.

Stabilita l’analogia con S. Stefano Rotondo, non si può trascurare la profonda differenza d’impostazione. Nella chiesa sul Celio il Pomarancio (per l’esattezza Niccolò Circignani per evitare di confonderlo con gli atri due “Pomaranci”) ha voluto soprattutto mettere in risalto il lato cruento e direi raccapricciante del martirio.
Gli affreschi di S. Vitale sono nettamente diversi: l’atmosfera è molto più distesa. A che cosa dobbiamo questa differenza così marcata? Cercherò di spiegarlo brevemente. La maggiore fama dell’artista ci porterebbe a privilegiare la Lapidazione e il Martirio di S. Vitale nel transetto del toscano Agostino Ciampelli, pittore abbastanza conosciuto e apprezzato nell’ambito della pittura controriformistica. Ma io adoro i 10 paesaggi attribuiti all’assai meno noto artista viterbese Tarquinio Ligustri (“nomen omen”) nelle pareti della navata. Sono proprio questi paesaggi a fare la differenza.

Scrive Maria Barbara Guerrieri Borsoi nel Dizionario Biografico della Treccani: “Precise indicazioni documentarie consentono di datare al 1599 l’intervento del L. nella decorazione della chiesa di S. Vitale. La critica è concorde, salvo Bailey (2003), nel riconoscergli i dieci grandi paesaggi con scene di martirio – dove il paesaggio, di impostazione affine a quella di Paul Bril, domina sulle piccole figure umane, contribuendo però a storicizzare gli avvenimenti e a sottolinearne la tragicità, con forme aspre e talora irreali – e, con minore sicurezza, interventi negli affreschi dell’area presbiteriale. Un pagamento per opere imprecisate avvenne anche nel 1603.”

Francamente, senza nulla togliere all’indubbia competenza della studiosa e all’autorità indiscussa della Treccani, la mia personale impressione estetica diverge da questo giudizio, nel senso che la bellezza del paesaggio non accentua nel mio animo la tragicità e neppure la “storicizza”, ma anzi la trasforma, la sublima in un senso di pace metafisico….

Ma di certo non sono il solo a pensarla così:
“Ciò che predomina nelle raffigurazioni in sostanza è il paesaggio, in una visione pacifica e indisturbata in cui si svolge ogni singola vicenda di martirio. Questa scelta rappresentativa è davvero non comune per l’epoca, perché al tempo dei Gesuiti si preferiva privilegiare rappresentazioni terrificanti di orribili tormenti. La natura inviolata qui è la scena predominante, è il teatro in cui si compie il martirio, che viene intarsiato in questa scenografia come fosse la pietra più preziosa da estrarre da questo gioiello. La visione paesaggistica è il rimando al mondo, al creato, al simbolo dell’opera tutta di Dio, che assiste allo svolgersi sereno del suo disegno. La visione dell’ambiente naturale non è nitida, tutto il contesto appare quasi enigmatico, da decifrare: un ammaestramento iconografico, che interviene in modo molto sottile a ricordarci che la nostra visione umana, stretta nella finitudite terrena, non è perfetta (Viviana Cuozzo, dal sito della Parrocchia di S. Vitale).”

Sitografia:

https://www.youtube.com/watch?v=w4LRzaPLv98

https://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_di_San_Vitale_(Roma)

https://romanchurches.fandom.com/wiki/San_Vitalehttps://it.wikipedia.org/wiki/Vitale_di_Milano

https://it.wikipedia.org/wiki/Titulus

http://www.treccani.it/enciclopedia/tarquinio-ligustri_(Dizionario-Biografico)/

https://santivitale.com/2014/12/17/san-vitale-ovvero-la-basilica-della-riforma-cattolica/#_ftn1

https://santivitale.com/la-parrocchia/

http://www.annazelli.com/basilica-di-san-vitale-via-nazionale-roma.htm

https://www.romasegreta.it/monti/via-nazionale.html

Bibliografia:

A parte l’imprescindibile Guida Rossa del Touring, consiglio sempre “Le Chiese di Roma” di Claudio Rendina.
Utile è anche il “dépliant” disponibile in chiesa per “pellegrini e turisti”.

LA LOGGIA DI S. MARIA MAGGIORE

Foto di Pietro Massolo

L’attuale facciata della Basilica di S. Maria Maggiore è il risultato della ristrutturazione operata dal grande architetto Ferdinando Fuga nel XVIII secolo ed è composta da un portico a cinque arcate e da una loggia a tre arcate nel piano superiore.

La ristrutturazione settecentesca ha risparmiato, anche se non completamente, i magnifici mosaici della loggia realizzati fra il XIII e il XIV secolo, molto probabilmente in due fasi distinte. La differenza tra le due fasce superiore ed inferiore appare evidente anche nella disposizione delle tessere, meno regolare in quella inferiore.

La fascia superiore, subito sotto l’immagine del Redentore benedicente, porta chiaramente la firma di Filippo Rusuti, un esponente della cosiddetta “Scuola Romana”, della quale faceva parte anche Pietro Cavallini. Non sappiamo, però, se l’intero ciclo musivo sia stato realizzato da Filippo Rusuti o comunque sotto la sua direzione. Nella fascia inferiore essi rappresentano il famoso “Miracolo della Neve” avvenuto, secondo la tradizione, nel mese di agosto del 358 (altri dicono 352 o 356): una nevicata, annunciata in sogno a papa Liberio e al patrizio Giovanni, segna il luogo in cui deve sorgere la nuova chiesa dedicata a Maria.

Nella fascia superiore troviamo al centro Cristo Redentore circondato da 4 angeli. Ai lati vediamo teorie di Santi. L’impostazione iconografica è tipicamente bizantina.

Nella fascia inferiore abbiamo la rappresentazione del sogno di papa Liberio e del patrizio Giovanni, il loro incontro e la fondazione della chiesa esattamente nel posto in cui la neve è caduta formando addirittura la pianta dell’edificio sacro. Non abbiamo una conferma sicura di questa prima fondazione nel IV secolo riportata dalla tradizione, fra il 352 e il 358, a quanto ci risulta. Storicamente più accreditata è invece la fondazione da parte di Sisto III (432-440).

Da notare nel secondo riquadro da sinistra una specie di sovrastruttura geometrica che unisce la testa del patrizio Giovanni ad un tondo che contiene la Vergine, che vuole rappresentare il contenuto del sogno. Una specie di “fumetto” ante litteram. Rilevanti sono anche, nel terzo riquadro, le espressioni molto vive e coinvolgenti di papa Liberio e di Giovanni che parlano dei loro sogni identici. Si tratta di una rappresentazione lontana dal rigido schema bizantino (o bizantineggiante)

Per approfondire:

http://www.vatican.va/various/basiliche/sm_maggiore/it/storia/facciata.htm

http://www.specchioromano.it/fondamentali/Lespigolature/2010/AGOSTO/I%20mosaici%20di%20Filippo%20Rusuti%20a%20Santa%20Maria%20Maggiore.htm

Vedi anche:

http://massolopedia.it/s-maria-maggiore/

SANTI AMBROGIO E CARLO AL CORSO

VIA DEL CORSO
RIONE IV-CAMPO MARZIO

Via del Corso, ritenuta la strada “storica” più importante di Roma (Via Veneto è probabilmente più famosa, però è moderna), è ricchissima di chiese e di palazzi nobiliari.
Sostanzialmente, si tratta del tratto urbano dell’antica Via Flaminia, costruita dal censore Gaio Flaminio Nepote nel 220 a. C..
Nota col nome di Via Lata già nell’Antichità e fino al Rinascimento, assunse poi il nome di “Corso” per via delle corse dei cavalli “scossi”, cioè senza cavalieri, che vi si tenevano durante il Carnevale fino al 1883.
Via del Corso è la strada centrale del cosiddetto “Tridente” realizzato nel Rinascimento, che con Via del Babuino e Via di Ripetta innovava profondamente l’intricato sistema viario di Roma.
Lungo il suo percorso, che unisce Piazza del Popolo a Piazza Venezia, troviamo ben 5 chiese storiche: partendo da Piazza Venezia
S. Maria in Via Lata e S. Marcello; partendo da Piazza del Popolo Gesù e Maria e S. Giacomo in Augusta; più al centro la basilica “minore” dei SS. Ambrogio e Carlo, chiesa “nazionale” dei lombardi residenti a Roma.
Una comunità di artigiani lombardi era presente a Roma sin dall’Alto Medioevo, ma nella seconda metà del Quattrocento si era accresciuta molto a causa del grande rinnovamento edilizio dell’Urbe. Nel 1471 i lombardi avevano fondato una Confraternita con l’approvazione di Sisto IV ed ottenuto la chiesa medioevale di S. Niccolò del Tufo, detta anche S Nicola de Tufis, che fu dedicata a S. Ambrogio.
Si arrivò così, pian piano, alla decisione di Paolo V (1605-1621) di elevare il rango della Confraternita, che divenne “Arciconfraternita” e concepì subito il progetto di una nuova chiesa dedicata al grande Santo tradizionale dei milanesi, S. Ambrogio, e a Carlo Borromeo, da poco canonizzato, grande riformatore della chiesa lombarda in qualità di Arcivescovo di Milano dal 1566 alla morte avvenuta nel 1584.
Giova ricordare il famoso episodio della processione guidata dallo stesso Carlo Borromeo a piedi nudi in occasione della famosa peste del 1576-1577, nota come “peste di S. Carlo”.
La nuova chiesa venne iniziata nel 1612, poco dopo la canonozzazione di S. Carlo Borromeo (1610), al posto della già menzionata chiesa di S. Niccolò del Tufo, che si trovava accanto all’attuale e fu demolita nel 1672. Della vecchia chiesa rimane un tabernacolo quattrocentesco per l’Olio Santo vicino all’altare.
La pianta fu disegnata dall’architetto e poeta lombardo Onorio Martino Longhi (1568-1619), figlio del più noto Martino Longhi il Vecchio e padre di Martino Longhi il Giovane.
Onorio Martino Longhi, laureato in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma, dotto umanista un po’ anticonformista, diciamo così, era stato amico personale di Caravaggio (morto nel 1610) ed era anche stato coinvolto con il grande pittore nel processo per omicidio del 1606.
Un’amnistia papale gli permise di tornare a Roma, dove realizzò anche la chiesa di S. Maria Liberatrice al Foro Romano (distrutta per portare alla luce S. Maria Antiqua) e la Cappella Santori in Laterano.
L’originalità della chiesa dedicata ai SS. Ambrogio e Carlo, tipica basilica a croce latina con tre navate e tre cappelle per lato, consiste essenzialmente nel deambulatorio che gira attorno all’altare, ispirato al Duomo di Milano.
Onorio Martino Longhi non riuscì a completare la realizzazione del progetto, che fu rallentato dalla carenza di fondi e venne continuato prima dal figlio Martino Longhi il Giovane e poi da Pietro da Cortona (1596-1669), autore dell’abside, della perfetta cupola con tamburo e lanternino (1668), e del disegno generale della decorazione dell’interno (con particolare riferimento agli stucchi, realizzati con il cortonese ancora vivente sulla base dei suoi disegni).
La singolare facciata tripartita in senso verticale, infine, fu realizzata su disegno del cardinale Luigi Alessandro Omodei nel 1682, esattamente 70 anni dopo l’inizio della costruzione.
Per chi la guarda da Via del Corso, la chiesa non si presenta al massimo del suo splendore. Guardandola da Piazza Augusto Imperatore, invece, l’abside, il tamburo, la cupola e il lanternino formano un insieme veramente monumentale e perfettamente armonioso. Soprattutto il tamburo è unanimemente considerato un capolavoro cortoniano. Questa veduta posteriore della chiesa è secondo me una delle più belle e suggestive della Città Eterna.
All’interno sono presenti numerose e notevoli opere d’arte, fra le quali segnalo:
la Pala d’altare di Carlo Maratta che rappresenta la “Gloria dei Santi Ambrogio e Carlo” (1690);
l’affresco della volta intitolato “Caduta degli angeli ribelli” di Giacinto Brandi (1679: lo stesso anno del Trionfo del Nome di Gesù del Baciccia!);
la decorazione in Stucco della navata centrale e del Transetto (1669), realizzata da Cosimo Fancelli sotto la direzione di Pietro da Cortona in collaborazione con il fratello Iacopo Antonio.
La storica dell’Arte Annalisa P. Cignitti scrive nel suo blog “Rocaille” che questa chiesa è un “trionfo del barocco romano. Come la Chiesa del Gesù, ma in modo diverso”. Infatti, bisogna subito dire che la Chiesa del Gesù non nasce barocca e quindi non rientra nel novero delle chiese barocche. La sua pianta ad una sola navata, disegnata dal Vignola, diverge totalmente da quella di S. Carlo al Corso. Però la decorazione interna delle due chiese avviene più o meno negli stessi anni e quindi in entrambi i casi ci troviamo di fronte a tipiche espressioni dell’estetica barocca, con la ricerca dell’effetto scenografico e della meraviglia. Ma allora dove sta la differenza, se ci si limita all’interno?
Il primo punto da mettere in rilievo è l’impronta di Pietro da Cortona. Ho sempre ritenuto la poetica del cortonese, considerato uno dei capisaldi del barocco soprattutto grazie al “Trionfo della Divina Provvidenza” di Palazzo Barberini, profondamente diversa sia dagli sfrenati sviluppi dell’illusionismo e dello sfarzo, sia dalle ricerche separate e distinte del Bernini e del Borromini. Infatti ha scritto Giulio Carlo Argan che Pietro da Cortona “come pittore, mira a sviluppare tutte le possibilità di un binomio Raffaello-Tiziano, come architetto sviluppa tutte le possibilità di un binomio Bramante-Palladio; la sua è dunque una linea di neo-cinquecentismo, che conserva e riafferma il valore della struttura e della “misura umana”, anche nei confronti delle opposte tendenze, all’espansione e alla contrazione spaziale, del Bernini e del Borromini.” (G. C. Argan, Storia dell’arte italiana, vol. 3, Sansoni, p. 331). Ecco la radice della differenza. Infatti il Baciccio, che si esprime al suo massimo grado nella Chiesa del Gesù, è un intimo amico e collaboratore del Bernini, mentre l’affresco di Giacinto Brandi è molto legato all’impostazione cortoniana, soprattutto nel gigantismo degli Angeli.
Confontando i due affreschi, si nota subito che Gaulli detto il Baciccia ricerca lo “sfondamento” illusionistico e il contrasto violento fra il chiarore e l’oscurità, mentre Brandi ha un’impostazione molto più composta e classica.
Per un confronto diretto:

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/a/aa/Interior_Roof%2C_Basilica_of_San_Carlo_al_Corso_%285936712433%29.jpg

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/31/Triumph_of_the_Name_of_Jesus.jpg

Tutto questo accade nello stesso momento, una riprova della relatività delle periodizzazioni e di quanto siano varie le espressioni del barocco.
Ma a parte questo confronto, ciò che secondo me conta di più è la prima impressione, immediata, spontanea, pura. Entrando nel tempio gesuitico la prima cosa che ci colpisce è lo sfarzo barocco, totalmente in contrasto con l’impostazione originaria della chiesa, mentre a S. Carlo al Corso siamo subito impressionati dalla spazialità.
Per quanto riguarda l’aspetto devozionale della chiesa “nazionale” dei lombardi, c’è da rilevare che in una nicchia dietro l’altare si trova la preziosa reliquia del cuore di San Carlo, concesso alla chiesa nel 1614 dal cugino Federico Borromeo, uno dei personaggi dei “Promessi Sposi”.

Sitografia:

http://www.arciconfraternitasantiambrogioecarlo.it/arciconfraternitasantiambrogioecarlo/index.php?option=com_content&view=article&id=116&Itemid=569&lang=it

https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Borromeo#L’opera_riformatrice_come_arcivescovo_di_Milano

https://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_dei_Santi_Ambrogio_e_Carlo_al_Corso

https://romanchurches.fandom.com/wiki/San_Carlo_al_Corso

https://www.romasegreta.it/campo-marzio/ss-ambrogio-e-carlo-al-corso.html

https://www.rocaille.it/santi-ambrogio-e-carlo-al-corso-roma/

https://www.vaticano.com/turismo/scheda_170_santuario-basilica-dei-santi-ambrogio-e-carlo-al-corso.html

http://www.060608.it/it/cultura-e-svago/luoghi-di-culto-di-interesse-storico-artistico/chiese-cattoliche/chiesa-ss-ambrogio-e-carlo-al-corso.html

https://scoprendoroma.info/luoghi/basilica-dei-santi-ambrogio-carlo-al-corso/

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/a/aa/Interior_Roof%2C_Basilica_of_San_Carlo_al_Corso_%285936712433%29.jpg

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/31/Triumph_of_the_Name_of_Jesus.jpg

Bibliografia:
la Guida Rossa del Touring è un punto di partenza direi imprescindibile.
Sulle chiese di Roma, a parte l’ormai classica “Le chiese di Roma” di Claudio Rendina, consiglio l’omonima opera di Mariano Armellini, che pur risalendo alla fine dell’Ottocento è ancora oggi una fonte molto utile di notizie documentarie.
Segnalo anche: “Le chiese barocche di Roma” di Federico Gizzi, “17 itinerari a Roma” di François Nizet, “La grande guida di Roma” di Mauro Lucentini.
Un discorso a parte merita la grande raccolta “Roma sacra”, nel cui primo fascicolo troviamo anche una trattazione molto interessante e direi esauriente di Simonetta Ceccarelli dedicata proprio alla chiesa dei SS. Ambrogio e Carlo al Corso.

Per la Storia dell’Arte Italiana consiglio sempre quella di Giulio Carlo Argan, ovviamente senza escludere le altre:

(Foto di Pietro Massolo)

SANTISSIMA TRINITÀ DEI PELLEGRINI

RIONE VII-REGOLA

SANTISSIMA TRINITA’ DEI PELLEGRINI
RIONE VII-REGOLA
Verso la fine del ‘500, l’Arciconfraternita della Santissima Trinità del Sussidio, costituita per iniziativa di Filippo Neri e riconosciuta (1548) da papa Paolo III (1534-1549), decise di dotarsi di una nuova chiesa che sostituisse quella ormai cadente di S. Benedetto in Arenula.
La ricostruzione cominciò ufficialmente nel 1587, durante il pontificato di Sisto V (1585-1590).
L’Arciconfraternita aveva come scopo precipuo l’assistenza dei pellegrini e questo spiega il nome della chiesa.
L’edificazione del nuovo edificio religioso fu affidata, all’inizio, all’architetto Martino Longhi il Vecchio, al quale dobbiamo l’impostazione generale. Dopo la morte del Longhi (1591), i lavori furono interrotti e ripresero nel 1603, sotto la direzione di Giovanni Paolo Maggi, un architetto poco noto che fu tra l’altro impegnato nella “fabbrica di S.Pietro” (Sandra Vasco Rocca, SS. Trinità dei Pellegrini, p. 39).
Nel 1616 il nuovo edificio, dotato anche di una cupola e di due campanili, venne ufficialmente consacrato.
Bisogna precisare che la ricostruzione era completa, nel senso che la chiesa aveva già una facciata, come si può notare nella pianta di Maggi-Mapuin-Losi del 1625 (op. cit., p. 27). Quindi non è vero che la chiesa fosse priva della facciata fino al 1723, quando venne realizzato l’attuale prospetto su disegnoo di Francesco De Sanctis (al quale dobbiamo anche la Scalinata di Piazza di Spagna realizzata con Alessandro Specchi).
La pianta della chiesa è a “pseudocroce latina” essendo priva dei bracci orizzontali della croce e quindi di un vero e proprio transetto.
L’attuale facciata inflessa ha suscitato un certo interesse nella storia dell’architettura anche per via dell’inevitabile confronto con quella, abbastanza simile per concezione, di S. Marcello al Corso (1681-1683), capolavoro di Carlo Fontana.
All’interno troviamo interessanti opere d’arte di Guido Reni, del Cavalier d’Arpino e di altri.
Ma per la loro rilevanza “didattica” sul piano della Storia dell’Arte ritengo necessario segnalarne due:
la pala d’altare di Guido Reni, che raffigura la SS. Trinità: “L’ispirazione classica del Reni e la rappresentazione barocca dei sentimenti toccano in quest’opera il limite estremo dell’equilibrio […]” (op. cit., p. 99);
il gruppo marmoreo di “S. Matteo e l’Angelo”, realizzato in due fasi dal fiammingo Jacob Cobaert (S. Matteo, 1602) e dal toscano Pompeo Ferrucci (l’Angelo, 1615), nel quale si può notare l’enorme divergenza stilistica tra il classicismo dell’Angelo, basato sull’Apollo del Belvedere, e il “manierismo nordico” del fiammingo Cobaert.

Una menzione a parte merita l’affresco, molto rovinato, che raffigura la Madonna “Auxilium Christianorum”, posto nella Cappella del transetto sinistro. Si trovava sul muro esterno di Palazzo Capranica fino al 1562 e questo spiega il suo stato attuale. A quest’immagine, purtroppo ormai quasi irriconoscibile, sono attribuiti poteri miracolosi.
Piccola nota storica: nell’ospedale annesso alla chiesa, purtroppo demolito nel 1940 nell’ambito di una serie di sventramenti, morì a soli 21 anni Goffredo Mameli, patriota e poeta, eroe della Repubblica Romana (1849) ed autore delle parole dell’Inno Nazionale Italiano.

Sitografia:
https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_della_Santissima_Trinit%C3%A0_dei_Pellegrini_(Roma)

http://roma.fssp.it/

https://www.romasegreta.it/regola/ss-trinita-dei-pellegrini.html

https://romanchurches.fandom.com/wiki/Santissima_Trinit%C3%A0_dei_Pellegrini

http://www.060608.it/it/cultura-e-svago/luoghi-di-culto-di-interesse-storico-artistico/chiese-cattoliche/ss-trinita-dei-pellegrini-ai-catinari.html

http://www.romaspqr.it/ROMA/CHIESE/Chiese_Barocche/ss_trinita_pellegrini.htm

https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Marcello_al_Corso

Bibliografia:

Sandra Vasco Rocca, “SS. Trinità dei Pellegrini”, 1979, Fratelli Palombi Editori.

(Foto di Pietro Massolo)