ANGEL OF DEATH

RACCONTO DI MARCO DI CAPRIO

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«Che cosa ne sarà del prossimo secolo? Non lo so, ma spero di non fare più ritorno.»

(J. Valentino / M. Di Caprio)

Con quell’aria arcigna, solitaria, in una zona ormai abbandonata del borgo, M. vagava, mani in tasca, nervi tesi, i pensieri che risuonavano nella mente come spari, raffiche, bombe a grappolo. Paganini o Vivaldi erano diventati signori della guerra e suonavano fuoco e fiamme nella sua mente, solcandola con accordi sempre più stridenti. Pensieri di gloria, pensieri di successo: era il più bravo a scuola, imparava a memoria qualsiasi cosa, aveva una profondità critica notevole. Ma quello che più amava era suonare la chitarra: aveva composto già diversi album, ma nessun contratto discografico si era materializzato nel corso degli anni. Ah, se avesse fatto il commerciante come i suoi amici! Avrebbe messo due o tre ragazzi a lavorare per lui per 600 euro al mese e ora sarebbe ricco. E invece la sua passione, che non aveva più voce per il mondo, si era ripiegata su stessa, in vibrazioni sempre più stridule e dissonanti.

Ora vagava, vagava nella città, da un bar all’altro, una sigaretta dopo l’altra, un caffè dopo l’altro, immerso nei suoi pensieri sbiaditi, cupi e ricorsivi. Più odiava quella società e più quella società si fortificava. Il kitsch del trap e del raeggeton lo facevano vomitare. Il silenzio della gente, che a flotte camminava su quel marciapiede, telefonini nella mano, lo innervosiva: la solitudine e il deserto delle periferie del mondo l’avrebbero fatto sentire meno solo.

M. si fermò alle porte della città antica e osservò il borgo della sua infanzia e della sua adolescenza, ormai completamente vuoto: costruiscono solamente centri commerciali, bar, tabacchi e centri scommesse nella periferia e la città antica si svuota, o forse anche quella si riempirà di bar tutti uguali, omologati come sardine in scatola, prodotte in serie per un consumo rapido e fugace. Il centro della città antica era la periferia che M. cercava per appagare i suoi sensi.

Ora che il borgo era vuoto, sia di giorno che di notte, la torre del vecchio campanile, tra ratti e pipistrelli, era ancora più sola e imponente. Un prato incolto e una chiesa antica, ormai fatiscente, circondavano un po’timidi la torre, come vergognosi della loro nullità in confronto alla sua imponenza e al suo mistero.

M. si lasciava cullare dai ricordi: sì, quando era bambino andava con i suoi amici a giocare in quella torre a guardie e ladri. Quanto era bella e rigogliosa! E quanto era in fermento il borgo a quei tempi! Botteghe di artigiani dovunque, signore urlanti e festanti affacciate al balcone, le grida dei venditori ambulanti. Un impianto stereo suona le canzoni dei Beatles. Alcuni ragazzi seduti sui marciapiedi bivaccano sui gradini di un monastero, suonano la chitarra e intonano canti melodiosi. Sono io uno di quei giovani, e sono così felice, così creativo, così vivo che penso la giovinezza durerà in eterno. Sì, questi erano i pensieri di M., o perlomeno quello che io penso dei suoi pensieri.
Ehi, aggiusta quell’accordo, intona così, no, quella canzone non è in Re minore, è in Mi minore. Ma hai sentito l’ultimo di Dylan? Che roba. Seduti sui gradini di quel marciapiede, i giovani con le chitarre in mano parlottano tra di loro, poi si si fermano di scatto: tre ragazze vanno da loro. Dai, mi suoni Yesterday o Ticket to Ride? Bella, ho scritto una poesia, è un po’ stile Baudelaire, faccio io a una di quelle. Sì lui è un grande poeta, ma non le sa mettere in musica, è un fallito, fa un mio amico. Io suono una mia canzone a una delle tre: lei incantata, ah quanto sei bravo, ah che poeta, che geniaccio.

Un vecchiardo, ogni sera, con una casacca rattrappita e una vecchia lanterna, un fantasma dei secoli bui dell’umanità, passa di lì e fischiando maledice tutti. I miei amici gli lanciamo sempre qualche sasso, lo deridono, gli fischiano dietro, ma lui continua per la sua strada. Io ne ho paura e rimango sempre immobile, muto nel mio terrore.
Io non oso parlargli, né deriderlo: l’occhio del vecchio? Un azzurro così opaco che un solo sguardo mi raggelava il sangue. Proprio ora mi ricordo che rimuginava tra sé e sé, o almeno così mi hanno detto:

«Maledetti capelloni: credono che vivranno in eterno, ma non sanno che li verrò a prendere, alcuni tra dieci giorni, alcuni tra dieci anni, alcuni tra cinquanta, ma alla fine li prenderò tutti. E vincerò io, signore indiscutibile dell’universo.»

Ora si sente un frastuono di tamburi, un ritmo ossessivo, nessuna melodia, la mia mente è un deserto. M. vedeva quei giovani seduti fuori a un bar appena fuori le mura del borgo: tutti seduti in cerchio con i telefoni in mano, ridevano ciascuno per conto loro, ciascuno parlava per conto proprio all’auricolare. Hai comprato il nuovo modello di iPhone? Che cazzo, devo finire di pagare le rate del Qashqai. Ehi bella, io ho talmente di quei soldi che non so cosa farci, ora mi apro un bel negozio nel centro commerciale qui vicino. Mio padre ha tre negozi e mo si apre pure il quarto, mette un sacco di gente a lavorare, se vuoi puoi venire pure tu, 600 euro al mese, però il lavoro non è faticoso. Ci dobbiamo aprire un’attività in Romania, lì non paghi un cazzo, poche tasse, il costo del lavoro è più basso e c’è più opportunità di crescita. Tu sì che hai idee imprenditoriali, sei veramente un geniaccio.

M., trovandosi a passare di lì, mormorò: maledetti, io all’età loro avevo già scritto due album musicali, e loro perdono tempo, ah, se sapessero, ah mi sento proprio come quel vecchiardo ora, che pena, quanto odio la decadenza umana e la decadenza del mondo. Da un vicolo, dalle mura di quelle città, stava avanzando verso di lui una strana sagoma, un mantello grigio, una casacca rattrappita, ma non una lanterna, era un telefono che le faceva luce. M. lo guardò in faccia e lo riconobbe: il volto scavato dalle rughe, e quell’occhio, quell’occhio di un azzurro così opaco, che gli raggelò il sangue: era lui, era quel vecchio che aveva visto negli anni Sessanta, mentre suonava la chitarra su quei gradini. Più l’anziano avanzava, più M. indietreggiava, ma più M. indietreggiava, più lui era vicino. Il cuore in gola, un fremito di terrore lo fece trasalire mentre il vecchio lo stringeva d’assedio, spingendolo con le spalle al muro della vecchia e fatiscente torre del borgo.

L’anziano gli toccò una spalla e guardandolo negli occhi, con delicatezza, gli disse queste parole:

«Mi chiederai che ho fatto in questi cinquanta anni che non mi hai visto. Non ho fatto altro che vendicarmi di quelli che si credevano eterni giovani come te. Ora però questi mocciosi mi vedono passare e non mi degnano di uno sguardo: come posso vendicarmi di chi non mi ha fatto niente? Eppure pare che siano loro a vendicarsi di me con la loro indifferenza. E io, io vorrei ripagarli con la morte, ma come si può uccidere chi non ha mai vissuto? Per punirli vorrei dargli la vita, che loro tanto odiano, ma ormai, stanco e finito, non posso imparare a fare ciò che per secoli ho disimparato. Dovevo aspettare proprio l’arrivo degli inferi sulla Terra per disimparare a morire?»

Marco Di Caprio

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